Il Tempio di Gerusalemme

Molto prima di Mosè, quando gli Ibrim, o Ebrei, non erano ancora che delle disperse tribù nelle steppe dell’Asia, all’epoca dei monoteisti patriarchi del deserto, che la Bibbia designa sotto il nome di Abraham, il monte Moriath era già un luogo santo, un “alto luogo”, consacrato al Dio supremo. Ma allora non vi era né terrazza né città, né tempio. Una montagna nuda emerge dai burroni selvaggi; un roccioso ripiano la corona; quest’altura è protetta da un cerchio di pietre logore simili ai celtici kromlek . Nel sacro recinto, tende, greggi, una tribù accampata. Sulla parte più alata della roccia formante un’aia, un patriarca ritto offre il sacrificio del fuoco con le primizie dell’anno, tralci di viti e di frumento, a Elohim o El-Helion. É Melchisedech, primo re di Gerusalemme, un re di giustizia al quale Abraham rende omaggio, come ad un superiore col quale si comunica sotto la specie del pane e del vino e da cui ricevere la benedizione. Lo attestano questi due versetti della Bibbia: “Melchisedech, re di Salem, fece arrecare del pane e del vino ed era sacrificatore al Dio onnipossente. – Ed egli benedisse Abrahamo dicendo: Benedetto sia Abrahamo dal Dio onnipossente, padrone del cielo e della terra” ( Genesi , XIV, 18 e 19 ). Appunto su questa roccia del monte Moriath, Salomone edificò il suo tempio ed ora si innalza la moschea di Omar, che in arabo si chiama Kubbet-es-Sakrah , ovvero la cupola della pietra. Mistiche tradizioni, antiche profezie, si riannodano a questa simbolica pietra. Secondo i rabbini del Talmud, essa è segnata del Nome ineffabile. E’ per essi la pietra fondamentale ed il centro del Mondo: Eben Sciatiyah . Uguale venerazione, uguali profezie fra i mussulmani, secondo la storia araba di Djel-al-ed-Din: “Tu sei il mio trono, disse il Dio dell’Islam a Sakrah, tu sei accanto a me, tu sei il fondamento sul quale ho innalzato i cieli e sotto al quale ho disteso la terra … Sopra di te si riuniranno tutti i figli degli uomini, da te essi risorgeranno da morte”.

Secoli sono trascorsi dal tempo dei patriarchi in poi. Il monte Moriath è divenuto una specie di fortezza che si erge nel mezzo di una città. La piattaforma porta un nao assai simile, per la sua struttura generale, ai templi egizi. Un magnifico tetto di cedro con cornice d’oro copre questo tabernacolo di porfido. Col suo perimetro quadrato di portici e baluardi, la sacra fortezza eleva il suo splendido tempio come un’offerta all’Eterno. La città imponente, coronata essa stessa dalla fortezza di David, si dispiega all’ovest. Un immenso popolo si accalca nelle strade e segue un regale corteo che ascende verso il tempio. Sulle terrazze delle case le figlie d’Israele cantano salmi agitando palme. Salutano il re Salomone seguito dagli ufficiali della sua casa e dai deputati d’Israele. Quando l’arca appare sul segrato, le trombe squillano. Fra le due colonne di bronzo, all’entrata del tabernacolo, il gran sacerdote, vestito dell’efod viola e cremisi , col pettorale ove brillano le dodici pietre preziose che ricordano le dodici tribù d’Israele e i dodici Elohim, potenze di Javeh, accoglie il corteo. L’arca d’oro è depositata dai leviti nel Santo del tempio, fra il candelabro a sette braccia e l’altare dei profumi. Poi, il gran sacerdote la porta egli stesso dietro il velo di lino ritorto di giacinto e di porpora , nel Santo dei Santi (giacché egli solo ha il diritto di penetrarvi) e la depone sotto le gigantesche ali delle due sfingi colossali, chiamate Cherubin, scolpite in legno d’ulivo e ricoperte interamente di lamine d’oro.

Allora il re Salomone, dopo la consacrazione del tempio, si rivolge verso il popolo ed invoca il Dio d’Israele in una lunga preghiera che finisce con queste parole: “Esaudisci lo straniero che qui ti invocherà, affinché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome”.

Che significano, nella storia universale, questo popolo, questo tempio e quest’arca?

Nella cappella centrale del santuario di Abidos, nell’alto Egitto, costruito da Seti I, padre del grande Ramses, e consacrato ad Osiride circa un secolo avanti a Mosè, si vede, dipinta sullo stucco del muro, una barca. Essa porta un’alta arca simile ad un piccolo tempio, sormontata dal sole alato della vita eterna. Fiori di loto in boccio e in fiore si ergono o si curvano sugli orli della nave. Iside, l’Anima del Mondo, la Luce intelligente ed intelligibile, regge il timone; suo figlio Oro, il Verbo vivente, veglia a prua. E’ la barca delle anime condotte dagli dei, vaganti sulle celestiali acque della Via Lattea.

Per i sacerdoti egizi e per il loro iniziati, l’Arca simboleggiava la città divina, Eliopolis, il pianeta spirituale rischiarato dal sole divino, ove le anime glorificate approdano dopo il loro cosmogonico viaggio. Guidate dagli dei, che sono i raggi di Osiride, essi contengono i princìpi sovrani, le Idee Madri, le Leggi eterne che governano i mondi e le loro umanità e per conseguenza le razze, le nazioni e le città umane.

Tredici secoli più tardi, il Veggente di Patmos chiamerà questa città divina: la Gerusalemme celeste. Ecco perché Osiride dice, nel Libro dei Morti ( cap. I, libro IX ) : “Io sono il grande Principio dell’Opera che riposa nell’Arca santa, sul sostegno”. Ecco perché, anche nella cella di ogni tempio egizio, v’era un’arca di legno di palma, contenente i sacri libri di Ermete sulle scienze umane e divine, tenute segrete al profano. Nelle grandi cerimonie, quest’arca era portata in pompa intorno al tempio. I sacerdoti di grado superiore e i Faraoni sapevano tutto ciò, e, quando si mostravano degni della ricevuta iniziazione, governavano in conseguenza, lasciando al popolo profano di adorare idoli di pietra, sacri coccodrilli e il bue Api.

L’Arca dei princìpi viveva celata nel tempio e non era compresa che da un numero esiguo. Ecco che Mosè, iniziato nei templi egizi, ebbe l’idea di riunire nel paese di Goscen un gruppo di tribù ebree rudi ma oneste, memori delle nobili ed indipendenti tradizioni dei patriarchi. Egli risolvette di fare di quell’Ibrim dal collo duro, che i Faraoni trattavano da schiavi, il popolo d’Israele, vale a dire il rappresentante, per tutta la terra, del Dio unico, di quello stesso Osiride intangibile e senza forma che gl’iniziati d’Egitto adoravano nel segreto dei templi. A ciò lo dispongono quarant’anni di studio, la meditazione e la disciplina, lo spettacolo dell’universale idolatria ed una speciale vocazione. Un Elohim, un raggio di Elohai, gli ha parlato sotto forma di un Angelo di fuoco nel roveto ardente del Sinai e gli ha imposto la sua terribile missione. Quando egli ha condotto il suo popolo nel deserto, ha fatto costruire un’arca portatile protetta da una tenda mobile chiamata Tabernacolo. Due sfingi d’oro, chiamate Cherubim, assise sul suo coperchio, si guardano e gli fanno da tetto con le loro ali distese. Essa racchiude le Tavole della Legge ed il Libro dei princìpi cosmogonici , i dieci primi capitoli della Genesi , scritti in geroglifici, nella lingua sacra dei templi, libro che più tardi sarà tradotto in ebraico e in caratteri caldaici da Esdra e dai dottori della prima sinagoga, i quali, dei suoi tre significati, non ne comprenderanno se non due appena o uno solo. Quest’arca portatile, posta nel Tabernacolo mobile, è quella di Osiride, animata dagli stessi princìpi, ma trasformata dal genio di Mosè ed adattata al suo nuovo scopo. Ecco l’atanor del Dio vivente, il segno della sua presenza fra questo popolo nomade. Ma l’arca non sarebbe nulla se Mosè non avesse costruito attorno ad essa un tempio vivente, fatto d’intelligenze, di anime e di volontà umane.

Ora, fra il consiglio degli Anziani che governa la tribù, secondo la vetusta tradizione ebraica, egli ha scelto un consiglio di settantadue iniziati ai quali confiderà la tradizione orale, senza la quale i misteri del libro rimarranno incomprensibili. ( Numeri , XI, 16, 17 e 25 ). Questo consiglio è destinato a servire da intermediario e da moderatore fra gli Anziani e la casta dei sacerdoti che officiano nel Tabernacolo e custodiscono l’arca. Essi sono l’origine delle scuole dei profeti, che dureranno otto secoli, attraverso l’epoca dei Giudici e dei Re fino al tempo di Cristo. Ciò che Mosè costituì non fu dunque una tirannia sacerdotale, ma un governo a tre poteri, ove il consiglio degli Anziani e l’autorità dei sacerdoti sono equilibrati e diretti da un consiglio di iniziati e di profeti. Ecco il tempio vivente, il tempio in cammino per la conquista dell’umanità e di cui l’arca non è se non un simbolo. Questo tempio di carne, d’animo e di spirito, Mosè lo satura di una volontà ferrea, traendo per quarant’anni per il deserto i suoi ribelli Ibrim.

Nulla lo arresta, nulla lo spaventa, né l’anarchia che solleva le mille teste viperee, né la folgore che lo avvolge nel tabernacolo. Giacché il divino fuoco di una meta universale lo possiede e lo rende invulnerabile.

Conseguenza dell’opera di Mosè, a quattro secoli di distanza, la consacrazione del tempio di Salomone sul monte Moriath, in Gerusalemme, segna dunque il punto culminante della storia d’Israele, ma precede anche la decadenza della nazione e delle sue guide. É una possente realizzazione visibile e materiale; essa brillerà come faro glorioso nell’immaginazione dei popoli e nel caos dei secoli anarchici. Ma è anche un rimpicciolimento dell’idea. Il tabernacolo di Mosè è divenuto un tempo di pietra, di cedro e di oro. L’arca riposa sempre nel Santo dei Santi, ma essa non contiene più se non i decalogo. Il libro misterioso, il Libro dei princìpi , la Genesi , custodito dai profeti, non sarà ben presto compreso se non da pochi. La regalità sovrana che succede ai Giudici ha già falsato il principio del governo mosaico. Le scuole dei profeti che la rappresentano ancora dureranno molta fatica per combattere l’idolatria popolare, l’anarchia degli Anziani e la tirannia dei re. Lo scisma che lacererà in due parti Giuda ed Israele si avvicina. La universale idea di Mosè si ottenebra, l’idea gretta e nazionale prende il sopravvento. Il toro d’Assiria spia il momento in cui potrà calpestare i due Cherubim e l’Arca d’oro. Ben presto Sennacherib assedierà Gerusalemme e saccheggerà il tempio; Nabucodonosor lo distruggerà da cima a fondo, e, con crudeltà inaudita in tutta la storia, trasporterà le dodici tribù sulle rive dell’Eufrate. Benché l’anima ebraica sviluppi in questo esilio e faccia sbocciare le immortali opere dei profeti letterari, benché col permesso di Ciro Zorobabel ripristini il tempio, l’esistenza nazionale d’Israele e la sua missione salvatrice nella storia sono compromesse per sempre. Già il popolo di Dio è caduto sotto la dominazione di successori di Alessandro. I Farisei che guardano indietro e sognano una restaurazione del regno di Davide e di Salomone, mentre gli ultimi profeti annunziano il Messia di giustizia e di dolore che Mosè, morendo, aveva profetato dall’alto del Monte Nebo, di fronte alla terra di Canaan, otto secoli prima della sua venuta.

 

Ancora una volta il monte Moriath ha cambiato aspetto. Non è più il tempio di Salomone, ma il tempio di Erode, più vasto, più sontuoso e imponente così che abbaglia tutti i pagani. Cinto da cortili magnifici, di quattro portici a doppia fila di colonne, posto su terrazze e piani, che sembrano continuare l’architettura della montagna, brilla, sui suoi quattro lati, di un rivestimento in marmo. Le sue torricelle ed il suo tetto d’oro fiammeggiano sull’arnia ronzante di Gerusalemme e sulla valle di Giosefat, popolata di tombe di re e di profeti. Si direbbe l’arca d’oro di Mosè ingrandita e colossale. E tuttavia, questo splendore non è più se non un rifugio di fanatismo e di superstizione, una testimonianza di servaggio. Il muggito delle bestie immolate che dura dal mattino alla sera, l’acre vapore delle carni bruciate, il viso arcigno dei dottori della Legge, le facce inquiete e sospettose dei ricchi Farisei, dicono abbastanza ciò che questa religione sia divenuta. Non solo la Giudea è divenuta una provincia romana, governata dal trepido e crudele Erode, che, per paura, massacra tutta la sua famiglia, verace sultano rosso del suo tempo; ma anche il popolo ha perduto ogni coscienza della sua missione nella persona delle sue autorità religiose. Così l’avvoltoio del cesarismo romano comincia a smembrare la nazione. Esso è là, vicino, insediato nella torre Antonia, che spia la preda.

Nel cortile del tempio si vedeva apparire talvolta uno strano personaggio che non rassomigliava a nessuno. Veniva dal Monte degli Ulivi, attraversava il burrone di Chedron e si arrampicava per la scoscesa salita fino alla porta Dorata. Da quella profonda postierla , praticata nello spessore del muro di Gerusalemme, lo si vedeva sbucare nel sacro recinto, accanto al portico di Salomone. Un piccolo corteo lo accompagnava. Egli non aveva altro distintivo se non la bianca veste degli Esseni e la lunga capigliatura ” sulla quale il ferro non era mai passato “, la capigliatura di quelli votati dalla loro infanzia al Signore e chiamati Nazirei. Una gran fronte convessa per l’abitudine della meditazione; un’alta figura ascetica di dolcezza infinita; occhi immensi, occhi di veggente, estatici e penetranti. Pieni di una luce d’oro, luce di un altro mondo, quegli occhi passavano gli uomini da parte a parte. Quand’essi vi avvolgevano d’amore, non ce ne poteva più distaccare; quando sfolgoravano d’indignazione, non si poteva sostenerli; ma coloro che avean veduto una lacrima di pietà cadere dalle loro raggianti orbite erano consolati per sempre per virtù di una lacrima di quegli occhi. Perciò come l’ascoltavano i suoi discepoli! C’era, nel suo corteo, un gruppo di povera, timida gente che lo seguiva da lungi con atteggiamenti umili e appassionati. erano i malati ch’egli aveva guarito con l’imposizione delle mani o col semplice contatto. Quelli avevano fede in lui ancor più dei suoi stessi discepoli e non lo perdevano di vista.

Dopo aver predicato il Vangelo del regno di Dio in Galilea, quest’uomo era venuto in quel tempio a dire il suo divino messaggio a tutti i figli d’Israele, ai dottori della Legge, agli Scribi e ai Farisei. E appunto passeggiando sotto quei portici e in quel cortile aveva egli insegnato le sue parabole, scegliendo i suoi esempi nei fatti che avvenivano sotto i suoi occhi. Là aveva egli glorificato il denaro della vedova, perdonato alla donna adultera e cacciato i mercanti dal tempio. Non aveva che pochi fedeli e molti nemici. I Farisei lo chiamavano “il Galileo”, il popolo lo denominava “il Messia”, egli stesso si diceva “il Figlio dell’uomo”, i suoi discepoli gli davano l’appellativo di “Figlio di Dio”.

Che significava questo appellativo? Donde venivano a Gesù di Nazareth la sua missione e la sua potenza?

Egli non l’aveva detto a nessuno. La genesi del suo pensiero restava profondamente sepolta in lui stesso. I suoi ammaestramenti e le sue azioni, questa era la rivelazione ch’egli offriva al mondo. La sua propria rivelazione era il mistero della sua anima suggellata per sempre. Ma questo mistero raggiava in tutta la sua persona e in tutta la sua vita.

Fin dalla sua infanzia, egli viveva contemporaneamente in questo mondo e in un altro. Visioni sublimi lo avvolgevano incessantemente, strade ignote ai mortali si schiudevano nell’infinito. Un giorno della sua adolescenza, durante un’estasi, fra le azzurre montagne della Galilea, fra i bianchi gigli dal cuore nero che sbocciano tra le erbe più alte dell’uomo, egli aveva visto venire a lui, dal fondo dei tempi e degli spazi imperscrutabili, una meravigliosa stella. Avvicinandosi e ingrandendosi, la stella era divenuta un immenso sole. Nel centro di essa troneggiava una umana figura, colossale e sfolgorante. Aveva essa la maestà del Re dei re, sposata alla dolcezza dell’eterna Donna così bene, da essere Uomo nell’esteriore e Donna nell’interno. I raggi di quell’incandescente sole eran milioni di esseri che si proiettavano nello spazio per tornare ad immergersi nel suo cerchio di fuoco.

Era la visione conosciuta dai più rari profeti sotto il nome di Adonai, la visione del Signore, mediante la quale le potenze invisibili traducono e manifestano al veggente l’Inesprimibile, la Forza originaria senza forma e senza nome, l’Eterno Mascolino congiunto all’Eterno Femmineo, immagine del Verbo creatore di tutte le anime e di tutti gli uomini, in tutti i mondi e in tutti i tempi.

La visione si avvicinò ancor più e fu un uragano di luce simile a folgore. Per un istante l’adolescente si sentì riassorbito dallo sguardo di Adonai. Allora, unito a lui in un gaudio ineffabile, perdé ogni terrena conoscenza. Quando si ridestò egli era ridivenuto il Figlio dell’uomo nella carne e nel sangue, sulla terra perversa che egli doveva salvare. Nel suo rapimento, gli parve che il sole di Adonai rientrasse, con insensibile allontanamento, nell’Imperscrutabile, donde era venuto, e vi si sommergesse come una piccola stella. Ma qualche cosa gli diceva che quel sole era la sua patria e ch’egli, prima di nascere fra gli uomini, si era già abbeverato di quella luce celeste.

Due o tre volte nella sua vita, durante il suo ritiro di dieci fra gli Esseni, a Engaddi al di sopra del Mar Morto, nello spaventevole deserto dei monti di Giudea, la sfolgorante visione era riapparsa. E, ogni volta, egli era riuscito armato di forza sovrumana. Come avrebbe potuto parlare di tale mistero ineffabile a chicchessia? Chi lo avrebbe compreso? Chi lo avrebbe ascoltato senza dargli del bestemmiatore? Oh, quel sole interiore e trascendente era per lui il cuore del mondo, la suprema realtà, più vera, più reale di tutte quelle montagne e di tutte quelle città! Era il sole di Ammon-Râ, la sua Arca d’oro, il suo tempio vivente! Che cosa potevano inspirargli dopo di ciò i templi di marmo e la nube degl’incensieri? Egli avrebbe voluto condurre tutti gli uomini verso una felicità simile, per l’immensa fede e l’immenso amore ch’essa gli aveva inspirato. Egli sognava di fare di tutti gli uomini un tempio vivente e fraterno. Ecco perché, quando egli diceva: ” Il Padre mio ch’è nei cieli “, il suo occhio si dilatava, gli uomini sollevavano il capo e le donne abbassavano le trepide palpebre. Ma egli sapeva pure che necessitava un’azione inaudita per trasfonderne qualche raggio nella depressa anima d’Israele, governata da Erode, e nella corrotta anima della terra, governata dalla lupa romana e dal Cesare sanguinario. Egli sapeva bene di dover morire per far seco risuscitare il mondo. Egli lo sapeva dalla sua terribile notte nel deserto di Engaddi, che gli Evangelisti hanno riferito come tentazione e nella quale egli si era sentito diventare il Messia . Già d’allora egli aveva veduto venire … la croce!

Ora la minacciosa visione stava per compiersi, l’ora decisiva era giunta.

Quel giorno una violenta disputa aveva avuto luogo fra Gesù e i Farisei. La sua morte era già decretata dal Sinedrio. Gli emissari incaricati di spiarlo avean cercato di strappargli una bestemmia bastevole per condannarlo. Penetrando nelle loro intenzioni e nei loro più riposti pensieri, egli aveva sventato i loro tranelli e risposto alle arguzie insidiose dei dottori della Legge con nitide espressioni, venienti dalle inaccesse latebre del suo pensiero, ma irraggianti sovra ogni cosa una inattesa luce. Li aveva poi ridotti al silenzio, li aveva attaccati, in un discorso di veemente maestà, chiamandoli ” ipocriti e razza di vipere “.

In quel momento le sacre trombe dei leviti squillarono sotto l’antiporto del tempio. Annunziavano il finire del giorno, l’ora della preghiera del gran sacerdote nel Santo dei Santi.

Le stridule buccine dei legionari vi risposero dalla torre Antonia con una fanfara simile all’acre grido di un mostruoso uccello da preda. E, pari ad un mare agitato, il popolo rifluì dal segrato del tempio per la grande scala, verso il cortile delle donne e i portici del recinto. Il sole tramontava dietro la massa negra delle torri di Erode; la sua luce smoriente illuminava il tempio di marmo bianco come la neve del Libano e ne faceva scintillare il tetto d’oro.

Ancora una volta le trombe squillarono, il tempio stava per chiudersi.

Ma i due gruppi nemici erano sempre uno di fronte all’altro; da un lato Gesù circondato dai discepoli inquieti; dall’altro, i Farisei pallidi di collera, con le braccia incrociate, che si consultavano per un ultimo strale . Subitamente, l’un d’essi, esasperato, con l’odio sulla bocca, pieno l’occhio di sfida, s’avanzò verso il Galileo, e, accennando al superbo edificio che fiammeggiava in tutto il suo splendore, esclamò:

“E di questo tempio, che ne farai?”

A tali parole Gesù sentì rifluire dal cuore alle labbra l’onda della sua vita. Egli vide, riassunto nell’espressione di quella faccia umana, ciò che il tempio di Jehova era diventato: un’arca di egoismo, di odio e di oppressione sacerdotale. Vide anche il tempio d’amore e di gloria ch’egli avrebbe voluto edificare con l’aiuto di tutti gli uomini di buona volontà. Vide dietro di sé tutti i profeti d’Israele e degli altri popoli, i saggi, i veggenti, i figli di Dio, coloro che avean fatto i templi e le religioni con secoli di preghiera, di meditazione e di egoismo. Tutti gli domandavano l’olocausto della sua vita per riscattare l’umanità.

Allora l’Esseno, il Nazireo di Galilea, dai lunghi capelli, ricadenti sulle spalle, parve risplendere ed alzarsi di un cubito. Tranquillo levò al cielo il dito e rispose:

” In tre giorni io posso distruggerlo e ricostruirlo. In verità vi dico, non resterà pietra su pietra! ”

Allora, dal crocchio dei Farisei vi fu un’esplosione di sarcasmi, di proteste e di risa che si prolungarono come un gran grido di trionfo. Il loro scopo era raggiunto: avevano la parola che abbisognava al Sinedrio per condannare il profeta di Galilea. Ma Gesù, lentamente, uscì dal cortile del tempio, curvando la testa grave di pensieri e seguito dai discepoli atterriti.

Qualche minuto dopo, da una finestrella praticata nel muro di Gerusalemme, lungo il porticato di Salomone, e che dava sul cupo burrone di Giosefat già avvolto nelle tenebre, si sarebbero potuto vedere disegnarsi profili rabbinici e braccia minacciose tese sulla valle dell’Ombra della Morte. Erano alcuni membri del Sinedrio. Essi seguivano con attento sguardo il gruppo dei discepoli che ripassava pel torrente di Chedron, laggiù, in fondo all’abisso … e la bianca veste del profeta che si perdeva sotto i negri ulivi di Getsemani.

Ciò che avvenne di poi è scritto nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli; ogni bambino lo sa: Gesù crocefisso; Paolo, suo persecutore, rovesciato da cavallo sulla via di Damasco, convertito dalla luce e dalla voce del Cristo e divenuto apostolo dei Gentili. … Ma seguitiamo la storia del tempio e ricordiamoci come gli avvenimenti confermarono la profezia del Galileo.

Quarant’anni dopo, la nazione ebrea era agli estremi aneliti, e, ancora una volta, si ribellava contro il giogo romano con gli zelatori. Tito poneva l’assedio avanti alla Città Santa e costringeva gli ultimi difensori di Gerusalemme a trincerarsi dentro il recinto del Tempio per una lotta suprema. Ben presto gli ariete dei romani batterono sulle porte di Jehova. Gli ebrei si difesero con eroico furore; si sgozzavano nel cortile dei Gentili; si sgozzavano nella corte delle Donne. Dalla balaustra di Nicanor fin sotto i portici del recinto, il sangue scorreva a torrenti sulle scale di marmo. Infine un soldato romano gettò una fiaccola accesa da una finestra aperta dell’edificio sacro, ove centinaia di ebrei e gli ultimi soldati si accalcavano. I rivestimenti di cedro s’incendiarono; tutto l’interno avvampò. Ai selvaggi bagliori dell’incendio, i legionari piantarono le loro aquile dinanzi agli antiporti di entrata, e proclamarono Tito imperatore sulle rovine del Tempio di Jehova. Coloro che s’erano rifugiati nelle sue mura furono passati a fil di spada prima che la fiamma avesse potuto raggiungerli. Migliaia di ebrei nascosti nel sotterraneo morirono di fame. Si poté costatare ciò soltanto quando la fontana di Siloé, alimentata dalle cisterne del Monte Moriath, cominciò a vomitare cadaveri nel letto del Chedron.

E non è questa la sola conferma della profezia del Cristo per quanto concerne il tempio di Gerusalemme, né forse la più impressionante. Quella ch’ebbe luogo al IV secolo della nostra era, sotto il segno dell’imperatore Giuliano, è certo ancora più singolare e strana. Costantino aveva proclamato il Cristianesimo in tutto l’Impero. Il suo successore Giuliano credette di poter ristabilire il paganesimo. Malgrado la sua mente incompleta, Giuliano è pure una grande figura. Men saggio di Marco Aurelio, ma di lui più ardente ed eroico, egli era stato pervaso da un puro entusiasmo per la bellezza dell’ellenismo e volle vincere o morire per i suoi dei. Iniziato alla filosofia alessandrina, era intellettualmente di molto superiore alla maggioranza dei cristiani del suo tempo, e presentì forse quella vasta sintesi dell’ellenismo e del cristianesimo che è diventata il sogno dei tempi moderni. Il suo torto fu di giungere troppo presto; ed anche di misconoscere la grandezza del Cristo, la sua potenza di fratellanza umana, la forza d’amore in virtù della quale sollevava e resuscitava il mondo. Coloro che vanno contro la profonda logica dell’umanità e le provvidenziali potenze che la dirigono, possono essere anime nobili e grandi eroi, degni della nostra ammirazione e della nostra simpatia, ma soccombono inevitabilmente. Giuliano non perseguitò i cristiani coi roghi e con le belve, ma con raffinate disposizioni. Per esempio, proibì ai preti e ai dottori cristiani d’insegnare la letteratura pagana, dicendo ch’essi non potevano farlo con sincerità, il che li irritò fortemente. La sua idea più originale fu quella di riedificare il tempio di Gerusalemme e di rendere agli Ebrei il culto nazionale di Jehova, onde smentire la profezia del Cristo. Consacrò una somma considerevole a tale opera di restauro e decretò l’inizio dei lavori. Si liberò il suolo dalle rovine, si scavò la terra; ma, quando si vollero porre le fondamenta, subito fuochi divamparono nella roccia e uccisero gran numero d’operai. Gli altri rifiutarono di continuare. Se tal fatto ci fosse riportato da storici ecclesiastici, noi avremmo ragione di considerarlo come leggenda; ma esso è riferito da Ammiano Marcellino, storiografo di Giuliano e suo appassionato ammiratore, come lui grande partigiano dell’ellenica religione contro i cristiani .

Giuliano non era tuttavia uomo da spaventarsi per così poco. Egli aveva dichiarato guerra al Galileo. Da vero eroe, per raggiungere il suo scopo, non avrebbe indietreggiato nemmeno innanzi alle forze della terra e del cielo cospirate contro di lui. Nel Momento in cui ricevette questa notizia, ad Antioca, egli stava per partire per la guerra contro i Parti. Dichiarò che al suo ritorno avrebbe egli stesso posto la prima pietra del tempio degli Ebrei, invocando Giove o l’ineffabile Intelligenza, e Apollo, suo verbo solare. Ma, poco dopo, egli cadeva ferito da una freccia in Persia. Morì nobilmente, intrattenendosi dell’immortalità dell’anima coi suoi amici Libano e Massimo, da eroe di Plutarco e da discepolo di Platone. L’ultima parola che gli si attribuisce: “Hai vinto, Galileo!” è un’invenzione cristiana, ma essa riassume questa vita tragica e segna la definitiva vittoria del Cristianesimo.

Non è ancora finita la storia della sacra roccia del monte Moriath. Nuovi oltraggi, nuove glorie l’attendono. Tre secoli sono appena trascorsi. Bisanzio regna su Gerusalemme. Un patriarca cristiano governa al Santo Sepolcro. Ma l’eroica era degli apostoli è passata. Il Basso Impero, perduto nelle sue dispute teologiche e già corroso, indietreggia da un lato davanti ai barbari e dall’altro davanti all’Islam. Maometto ha fondato in Arabia una nuova religione, che nulla ha del profondo esoterismo di Mosé e del Cristo, ma che tuttavia deriva dall’uno e dall’altro, religione istintiva, quale si conviene ad anime forti e rudi, di semplicità grandiosa e che si riassume quasi interamente nelle parole: Allah akbar !

Dio è grande! Bisanzio non ha saputo difendere Gerusalemme. Il califfo Omar occupa il monte degli Ulivi con un esercito arabo e la città si arrende in seguito ad una capitolazione conclusa con il patriarca Sofronio, che garantiva ai cristiani, mediante il pagamento di un tributo, la loro vita, i loro beni, le loro chiese. La scena che segue è non soltanto di epica grandezza, ma caratterizza in maniera ammirevole la situazione religiosa del mondo nell’anno 638.

Il califfo Omar era venuto dal deserto d’Arabia come un semplice Beduino, con un otre d’acqua e un sacco d’orzo attaccati alla sella del suo cammello. Finita la redazione del trattato, il califfo disse la patriarca: “Conducimi al tempio di David”. Omar entrò in Gerusalemme preceduto dal patriarca e seguito da quattromila seguaci del profeta, con la sciabola impugnata. prima il patriarca lo condusse alla chiesa della Resurrezione, poi a quella di Sion: “Questo è il tempio di David “, egli disse. – “É menzogna”, replicò Omar, e uscì dirigendosi verso la porta che si chiama porta di Mohamed. L’area ove oggi sorge la moschea era talmente ingombrata di immondizie che i gradini conducenti alla strada ne erano coperti e che gli avanzi raggiungevano quasi il sommo della volta. “Non si può penetrare qui che strisciando”, disse il patriarca. – “Sia”, rispose Omar. Il patriarca passò per prima. Omar ed il suo seguito lo seguirono e giunsero allo spazio che oggi forma l’atrio della moschea. Tutti poterono starvi in piedi. Dopo aver gettato lo sguardo a destra e a sinistra ed aver attentamente considerato il luogo, Omar gridò: “Allah Akbar! É questo il tempio di Davide di cui il profeta mi ha fatto la descrizione”. Egli trovò la Sakrah coperta d’immondizie che i cristiani vi avevano accumulato in odio agli Ebrei. Allora Omar distese il suo mantello sulla roccia e si mise a spazzare. Tutti i mussulmani che l’accompagnavano ne imitarono l’esempio.

Quest’episodio del califfo conquistatore, antico compagno del Profeta, che spazzava il disprezzato tempio di Salomone profanato dai cristiani, è un fatto storico e religioso di alto significato. Omar non è venuto come Giuliano in un sentimento di ostilità contro il Cristo. Il Corano abbonda di nobili espressioni sul profeta Aiscià (Gesù). Omar è venuto pieno di rispetto, con la sua anima di eroe e di credente, a compiere un atto di tolleranza e di riparazione verso il primo santuario del mondo che abbia proclamato il Dio unico avanti all’universo intero. L’Islam ci appare qui come un arbitro tra l’antica tradizione d’Israele e i rappresentanti ufficiali del cristianesimo. Chi non vede la grandezza di questo compito? Rendendo questo omaggio all’Islam, io tengo a distinguere essenzialmente: altra volta ed oggi, i califfi dell’epoca eroica e i sultani di Costantinopoli, la razza araba e la razza turca. Maometto e i suoi compagni sono sorti dalla razza araba. Se l’avvenire ci riservasse un movimento religioso che estendesse l’Islam a religione universale, esso dovrebbe sorgere dalla razza araba. Omar appartiene alla più grande epoca dell’islamismo e non si può che ammirare il sentimento di riverenza che lo fece curvare innanzi alla sacra pietra. Così gli sarà consentito di rialzare il tempio sotto una nuova forma, che promette già: il tempio delle nazioni . Non fu già Omar, ma uno dei suoi successori, il califfo Abd-el Melik-ibn-Meruân, che edificò la moschea. I mussulmani la chiamarono moschea di Omar, e fu giustizia. L’opera dell’architetto è bella, ma l’atto dell’eroe è più bello ancora.

Ed ecco giungere l’ultimo atto di quello che si potrebbe chiamare il dramma del tempio di Gerusalemme, dico: l’ultima del passato, senza pregiudizio per l’avvenire.

Quattro secoli ancora sono trascorsi. Sollevata da un’immensa onda d’entusiasmo, l’Europa feudale e cavalleresca ha voluto riprendere la Città santa. Spinto da non so quale speranza di trovarvi l’Arca dei suoi misteri e l’Arcano del suo proprio pensiero, il giovane Occidente bardato di ferro s’è slanciato verso il vecchio Oriente. Esso non vi vede che una cosa: il Santo Sepolcro!

 

Gerusalemme è stata ripresa. Alcuni cavalieri cristiani occupano la moschea El-Aksà, al lato sud-ovest dell’Haram, proprio di fronte alla moschea di Omar. I loro cavalli scalpitano e nitriscono nelle scuderie di Salomone, vasti sotterranei che prolungano a perdita d’occhio i loro archi giganteschi sotto il sacro recinto. Poco versati in archeologia, ma pieni di coraggio e di fuoco sacro, quei Celti e quei Franchi guardano la moschea di Omar con ammirazione. La sua forma svelta e maestosa, il suo strano interno li attraggono. Si persuadono di aver avanti a loro il tempio di Salomone e questo pensiero provoca nella loro mente ardente di immaginazione un nuovo fermento. Illuminati dai policromi raggi che cadono da quella cupola, essi sapranno conquistare il mondo nel nome di Cristo. Alcuni rabbini di Gerusalemme, assai vecchi e assai dotti, hanno loro confidato, sotto il suggello del segreto, alcune idee ch’essi dicono provenire dalla orale tradizione di Mosè. Hanno loro parlato dell’Adamo Kadmon, l’uomo originario, anteriore alla terra, celeste e completo, sminuzzato più tardi nella moltiplicazione degli esseri ( interpretazione esoterica del culto di Adamo ), e del Cristo universale, che comprende Gesù di Nazareth, ma che lo sorpasserà d’assai, giacché egli comprende anche i profeti e gl’iniziati di tutti i tempi ( interpretazione esoterica della redenzione in virtù del Cristo ). Di quelle idee profonde i cavalieri cristiani hanno sopra tutto afferrato il lato pugnace e generoso. Essi hanno deciso di fondare un ordine di monaci guerrieri e laici, che non solo difenderanno lealmente in Europa ed in Occidente la religione del Cristo, ma saranno anche i prudenti propagatore di questa religione universale. In un certo senso essi rassomigliano ai profeti, che, nella sapiente costituzione di Mosè, servivano da arbitri fra i re ed il sacerdozio e da contrappeso ai due. Giacché anch’essi servivano da contrappeso ai re d’Occidente e al papato. E, in memoria del tempio di Gerusalemme, ove venne loro questa idea, essi si chiameranno: i Templari. Essi l’hanno giurato, disposti in circolo, con le spade in alto e riunite in una sola punta, nella penombra del santuario, fra il fiammeggiare delle grandi ogive, sulla pietra fondamentale, sull’antica roccia di Cubbet-es-Sakran. L’ordine del Tempio è fondato: puro ed eroico. I grandi maestri dell’Ordine conservano la tradizione, provano a rialzare i fedeli. Le idee di cui sono in possesso danno loro una forza segreta e si diffondono sordamente. Trecento anni dopo, l’Ordine del Tempio è divenuto il più potente e ricco d’Europa, tanto più temibile in quanto si compone di monaci armati. Esso ha il suo culto, la sua dottrina, le sue regole indipendenti dalla chiesa, costituisce uno Stato nello Stato. Allora un re di Francia ed un papa fanno alleanza per distruggerlo in massa: il primo, avido delle sue ricchezze; il secondo, geloso del suo potere, rivale del proprio. Il gran maestro dell’Ordine dei Templari, Jacques de Molay, uomo integro e venerabile, è preso, gettato in prigione, messo alla tortura, giudicato beffardamente e arso vivo col suo gran consiglio. In tutta Europa, i Templari sono perseguitati, massacrati senza pietà fino all’ultimo, i loro santuari vengono rasi al suolo, i loro statuti i loro documenti, le loro tradizioni, distrutte senza lasciare traccia.

Tuttavia, dal suo rogo, Jacques de Molay aveva detto “Io invoco Dio a giudice”. E aveva citato il re di Francia e il papa a comparire al suo tribunale, il re entro tre mesi, il papa entro un anno. tre mesi dopo, esattamente, il re muore; un anno più tardi il papa spira. Ma non è tutto. La distruzione dell’Ordine del Tempio fu il primo delitto sociale, prima della notte di San Bartolomeo, che scosse, dalle sue fondamenta, il regno di Francia e il papato romano. Qualcuna delle idee dei Templari, ripresa dai Rosa-Croce e dagli ordini massonici, contribuì non poco a fomentare e far scoppiare la Rivoluzione francese. Una bizzarra coincidenza. Nel 1793, prima di salire sul patibolo, il re Luigi XVI e la sua famiglia furono rinchiusi a Parigi nella prigione del Tempio, sull’area stessa ove Jacques de Molay e gli ultimi Templari avevano gridato e protestato sotto i tormenti degli aculei, delle corde e dei ferri roventi della tortura.

Ironia dei fatti, cruenti scherzi del caso, diranno gli storici scettici d’oggi. I più raffinati fra loro aggiungeranno con fine sorriso: ” O divina commedia! “. Quanto a noi, ci è lecito di riconoscere in tutto ciò la Nemesi delle eterne Leggi e i lontani bagliori del tempio di Gerusalemme. Esse son simili, è vero, ai raggi del sole spento che navigano ancora per migliaia di anni attraverso gli spazi. Essi escono dall’Imperscrutato e vanno all’Imperscrutabile, ma sono lampi nella notte. Sunt verba coeli!

 

 

Liberamente tratto da:

  • I Grandi Iniziati di Edoardo Schuré – Parigi 1887 – Laterza Editore 1938
  • Santuari d’Oriente di Edoardo Schuré – Parigi 1889 – Laterza Editore 1938

N.d.R.: nao , dal greco naòs, “tempio”.

N.d.R.: efod , nella liturgia levitica è il paramento sacerdotale, privo di maniche, indossato dal solo gran sacerdote.

N.d.R.: cremisi , colore rosso vivo.

N.d.R.: giacinto e porpora , di colore violetto e rosso.

N.d.R.: Cosmogonico , da cosmogonia, dottrina filosofica che intende esporre l’origine e la formazione del mondo facendo ricorso al mito.

N.d.R.: Veggente di Patmos , colui che scrisse l’Apocalisse, vale a dire Giovanni l’Evangelista.

N.d.R.: arnia , abitazione di una colonia di api allo stato naturale nell’incavo di un tronco d’albero.

N.d.R.: postierla , piccola porta di torri, mura, castelli e simili per il passaggio di una persona per volta.

N.d.R.: latebre , profondità nascoste.

N.d.R.: buccina , strumento a fiato, ricurvo, simile al corno da caccia, usato nelle antiche milizie romane.

N.d.R.: strale , colpo, trafittura, dolore.

N.d.A.: Ammiano Marcellino, XXIII, I

12 N.d.R. : Nemesi, dal latino nemesis , personificazione della mitologia greca e latina della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo. In senso figurato, espressione riferita ad avvenimenti storici che sembrano quasi riparare o vendicare sui discendenti antiche ingiustizie o colpe di uomini o nazioni.