Egitto:la ricerca dell’eternità

Luxor, l’antica Tebe, quella che Omero nel IX canto dell’Iliade chiamò “Tebe dalle cento porte”. Il nome attuale della città, deriva dall’arabo El-Quosour , traduzione del “castra” latino con cui i Romani indicavano le città fortificate dagli accampamenti militari.

Il tempio di Luxor , dedicato ad Ammon-Rà , era unito a quello di Karnak da un lungo viale lastricato, fiancheggiato da sfingi a testa umana, utilizzato essenzialmente per le processioni religiose. Il frontone del Tempio era preceduto da due giganteschi obelischi. Oggi è possibile mirarne uno solo, quello di sinistra, poiché l’altro fu portato nel 1833 a Parigi ed innalzato al centro della Place de la Concorde.

Sulle mura esterne si dispiegano, in bassorilievi giganteschi, le vittorie di Seti I e di Ramses II, le campagne contro gli Arabi, gli Etiopi, i Siriani, i Keta. La colossale immagine del Faraone, svelto e muscoloso, in piedi sul suo carro di guerra, l’arco teso verso un esercito lillipuziano che scompiglia lo slancio dei suoi cavalli impennati, si ripete indefinitamente.

Ed ecco, d’improvviso, il momento più emozionante: l’ingresso nella Sala Ipostila .

Le dodici colonne della navata centrale, coronate da magnifici capitelli a campana hanno la grossezza e quasi l’altezza della colonna Vendôme. Le centoquaranta colonne della navate laterali sono di più moderate proporzioni, ma non per questo non compongono esse la più imponente foresta di pietre . Qui, fusti a metà rovesciati s’appoggiano obliquamente sui loro vicini: là enormi tamburi di colonne, ammucchiati alla rinfusa, mostrano dei precipitati gli uni sugli altri dal fastigio dei loro cieli: là architravi spezzati, scontrandosi nella loro caduta trattengono da mille anni un soffitto sempre sul punto di sprofondarsi. Il sentimento dominante che Karnak risveglia è l’ammirazione per la possanza architettonica degli Egizi.

 

All’uscita della Sala Ipostila si ergono due obelischi, gli unici rimasti di quelli fatti erigere da Hatchepsut , prima Regina d’Egitto. Un tempo la loro punta, a forma piramidale, era interamente ricoperta di oro. Oggi, strappati alla loro terra natia, gli altri obelischi si innalzano in tutte le capitali del mondo moderno: a Roma, Parigi, Londra, Instambul e New York. Al di sopra del frastuono delle metropoli, queste pietre trafiggono il cielo come un dito che imponga il silenzio, quasi impartendo una lezione di meditazione Egiziana.

La luce del sole si sfuma in un rossastro bagliore, ad Occidente del Tempio di Karnak . Le tenebre iniziano a calare, e le luci colorate dei faretti illuminano le secolari statue.

 

Voci dal tempio

 

Da una di essa una voce si leva:

Che la sera ti calmi e ti accolga, oh viaggiatore dell’Alto Egitto.

Non continuerai il tuo viaggio perché sei arrivato. Ti trovi qui all’inizio del tempo.

Qui è stata pensata e vissuta La Grande Settimana della Creazione del Mondo e la Separazione della terra dalle Acque. Sei arrivato alla Casa del Padre.

In questa casa del padre ogni faraone è considerato un figlio ed ha voluto lasciare il suo segno. Ognuno ha voluto aggiungere, superare, prevalere e questo nello spazio di venti secoli.

Cosi bene che si è giunti a questo favoloso labirinto di facciate e passaggi, spianate e corridoi, prospettive e deviazioni dove solo i sacerdoti ed il faraone potevano accedere.

Ma l’Egiziano si trova a suo agio nelle circonvoluzioni divine. Si compiace della Scienza dell’Aldilà. Ama le uscite laterali, le porte segrete, le scale nascoste, l’oscurità fosforescente delle tombe. Le guide che accompagnano il viaggio della Mummia si chiamano Libro dei Morti, Libro delle Porte, Libro delle Caverne, Libro della Notte. Sono i libri dell’Aldilà.

La soglia che avete appena superato era proibita al comuni mortali.

La città di Dio era una fortezza dove una intensa guarnigione di mistici servi vegliava sul grande schema Divino delle cose: albe, eclissi di luna, le barche della notte, i limiti dell’immortalità!

La voce cessò, e le tenebre ripresero il loro dominio.

La vista di un tempio, ma soprattutto di un tempio Egiziano, raffigura sicuramente il rapporto dell’Uomo con l’Ineffabile. Il presupposto di tale rapporto trova la sua radice in uno dei cardini fondamentali dell’esoterismo: il duplice aspetto, sacro e profano, occulto e manifesto, di tutte le cose. Le grandi Religioni, hanno una storia esteriore ed una storia interiore: l’una apparente, manifesta; l’altra occulta, segreta. La prima comprende le leggende, i miti, e gli stessi dogmi insegnati pubblicamente e divenuti patrimonio di culto e superstizione popolare. La seconda comprende invece la Scienza profonda, la dottrina segreta e l’azione occulta dei creatori, sostenitori e propagatori di quelle religioni. La storia esteriore, che costituisce la storia ufficiale, si legge e si predica dovunque; quella interiore, che si identifica con la tradizione esoterica dei Misteri, è la storia che si svolge nel segreto del Tempio, nell’intimo dei grandi spiriti.

Per capire meglio queste parole, proviamo a tornare indietro nel tempo di 5 millenni, sulle sponde del sacro Nilo.

L’Iniziazione

Siamo sulla riva occidentale, dove il sole tramonta ogni sera: è la riva della morte, è già l’aldilà. E se alcune luci brillano ancora nella necropoli, significa che gli imbalsamatori vegliano fino a tardi. Il loro padrone è Anubis, il dio oscuro che rode come un cane nero nei cimiteri; il loro Dio è Osiride , che conosce il segreto della resurrezione e sorveglia per settanta notti l’opera di mummificazione e la fasciatura con le interminabili bende. Quando il vento soffia da occidente, l’odore delle erbe aromatiche attraversa il fiume e l’acredine come quella della mirra schiacciata ti avvolge. E quando fu l’alba, venni accolto all’ingresso del tempio. All’entrata della sala ipostila, un piccolo corteo di magi, tutti vestiti di candido lino bianco, attende il neofita: lo ierofante gli consegna un manoscritto segnato su papiro e, con voce solenne, gli dice : Leggilo!

Il neofita incomincia la lettura del manoscritto che così inizia:

Oh anima cieca! Impugna la face dei Misteri

e scoprirai nella notte terrena

l’altro te stesso luminoso

la celestiale Anima tua.

Segui questa divina guida

e sia essa il tuo Genio

poiché possiede la chiave delle tue

esistenze passate e future.

Tendete l’orecchio in voi stessi e mirate

nell’infinito dello spazio e del tempo.

Ivi echeggiano il canto degli astri

e la voce dei numeri

l’armonia delle sfere.

Ogni sole è un pensiero di Dio

ed ogni pianeta una forma

di questo pensiero.

Ed è per conoscere il pensiero divino

che voi anime

discendete e risalite penosamente

la strada dei sette pianeti e

dei sette cieli loro

Che fanno gli astri?

Che dicono i numeri?

che valgono le sfere?

Dicono cantano e valgono

i vostri destini

o anime perdute o salvate!

Terminata la lunga lettura, il papiro viene ritirato e gettato in un braciere acceso per essere consegnato, per sempre, alla memoria delle fiamme. Lo ierofante si avvicina ulteriormente al neofita e, con voce suadente, gli dice:

Figlio mio, l’ora si avvicina, in cui la verità ti verrà svelata, giacché tu la presentisti discendendo nell’intimo tuo quando trovasti la vita divina con l’iniziazione. Se vuoi entrare nella ineffabile comunione dei perfetti, dovrai esserne degno per la purezza del tuo cuore, l’amore per la verità e la forza della rinunzia. Ma nessuno ha oltrepassato la soglia di Osiride, senza passare attraverso la morte e la resurrezione! Resta qui a meditare, fino al momento in cui sarai condotto nella cripta.

Passato un po’ di tempo lo ierofante rientra ed invita il neofita a seguirlo, prima attraverso portici e cortili, e poi per un accesso tagliato nella roccia a cielo aperto e adornato di stelle e di sfingi, fino ad arrivare ad un piccolo tempio che serviva d’ingresso alle cripte sotterranee. Una statua di Iside a grandezza naturale ne maschera la porta; la dea Madre è raffigurata seduta con un libro sulle ginocchia in attitudine di meditazione e raccoglimento; un velo le scende lungo il viso; sotto la statua una scritta:

Nessun mortale sollevò il mio Velo!

Questa è la porta del santuario occulto – dice lo ierofante – . Guarda queste due colonne: esse rappresentano l’una, quella rossa, l’ascensione dello spirito verso la luce di Osiride, l’altra, la nera, la sua cattività nella materia, e questa caduta può giungere fino all’annichilimento. Chiunque affronta la nostra scienza e la nostra dottrina arrischia la propria vita, poiché morte o follia è la sorte riservata ai perfidi o ai deboli; soltanto i forti, i buoni, vi troveranno vita ed immortalità. Molti imprudenti entrarono da questa porta senza riuscirne da vivi. Questo è un baratro, che restituisce alla luce soltanto gli intrepidi.

Rifletti bene su ciò che stai per fare, ai pericoli cui vai incontro, e se il tuo coraggio non è a tutta prova, rinunzia all’impresa, poiché quando questa porta si sarà rinchiusa dietro di te, non potrai più tornare indietro! Sei ancora disposto a sottoporti alle prove che ti attendono?

Sì! – rispose sicuro il giovane.

Bene – dice lo ierofante – passerai una settimana con la servitù, sarai impegnato nei lavori più umili, ascolterai gli inni, farai le abluzioni ed osserverai il più rigoroso silenzio.

Giunta la sera delle prove, il neofita viene accompagnato da due assistenti alla porta dell’occulto santuario: è quello l’ingresso di un corridoio, nel quale non si poteva avanzare se non carponi.

Puoi ancora tornare indietro – dice uno degli assistenti – la porta del santuario non è stata chiusa. Altrimenti dovrai continuare per la tua strada, senza ritorno.

Seppur col cuore in gola il giovane neofita esclama:

– Rimango!

Consegnata una piccola lampada accesa il neofita è lasciato solo: un tremendo schianto gli fa capire che la porta del santuario è chiusa per sempre. Non c’era più da esitare: entrato nel corridoio e strisciando sulle le ginocchia e con la lampada in mano, dopo qualche minuto sente una voce dal fondo del sotterraneo che mi grida:

– Qui periscono i pazzi, che hanno agognato la scienza ed il potere!

E sette volte, per effetto dell’acustica, queste parole sono ripetute da un eco sempre più lontano. Raccolte le forze il giovane prosegue. Il corridoio comincia ad allargarsi, ma discendendo in pendenza sempre più ripida, si trovai di fronte ad un imbuto, che fa capo ad un foro, nel quale si perde una scala di ferro. Pieno di paura il giovane si arrischia a proseguire ma, giunto all’ultimo gradino, il suo sguardo sgomento si perde in un orrido pozzo. La debole lampada, che convulsamente stringe con la mano tremante, proietta vaghi bagliori nelle tenebre senza fondo.

– Che fare? – pensa. – E’ impossibile tornare indietro!

E davanti lui cade, nelle tenebre più fitte, la notte. Nell’angosciosa ricerca di qualcosa di indefinito, il neofita scorge una fenditura a sinistra, e allora, aggrappandosi con una mano alla scala, protrae con l’altra la lampada e scorge alcuni scalini: – Una scala: sono salvo! – esclama.

Si getta su di essa, e comincia forsennatamente a risalirla, per sfuggire dal baratro. La scala, che attraversa la roccia salendo a spirale, permette al giovane di trovarsi innanzi ad un cancello di bronzo, che introduce in una larga galleria sostenuta da grandi cariatidi. Negli intervalli tra l’una e l’altra si vedono allineati sul muro affreschi simbolici, undici da ogni lato, debolmente illuminati da lampade di cristallo rette da altre cariatidi. Lì un mago, che si autodefinisce il guardiano dei simboli sacri, mi apre il cancello al neofita e, accogliendolo con un benevolo sorriso, lo loda per aver superato la prima prova. Quindi, lo conduce lungo la galleria spiegandogli le sacre pitture, sotto ciascuna delle quali si trovava una lettera ed un numero. I ventidue simboli rappresentano i ventidue primi arcani e costituiscono l’alfabeto della scienza occulta, ossia i princìpi assoluti, le chiavi universali che, applicate dalla volontà, divengono sorgente di ogni saggezza e di ogni potenza.

Ma le prove non sono finite ed il guardiano, finito di parlare, apre un uscio che da accesso ad un’altra galleria, stretta e lunga, in fondo alla quale crepita un’ardente fornace.

– Questa è la morte! – esclama il neofita atterrito e sorpreso da invincibile tremore.

– Figlio mio – risponde il guardiano – la morte spaventa soltanto le nature imperfette. Io attraversai un tempo quel fuoco come un campo di rose.

E il cancello della galleria degli arcani si chiude di nuovo alle spalle del giovane.

Avvicinandosi alla barriera di fuoco, il giovane si avvide che la fornace è soltanto un’illusione ottica, prodotta da leggeri intrecci di rami resinosi disposti a caso su alcune grate: un sentiero nel mezzo gli permette di passare rapidamente. Alla prova del fuoco ne segue immediatamente un’altra, quella dell’acqua, consistente nell’attraversare un’acqua morta e nera fra i bagliori di un incendio di nafta, che divampa dietro di lui nella camera di fuoco. Facendo il massimo dello sforzo riesce a guadare lo stagno e, appena riemerso, due assistenti lo soccorrono e lo conducono, tutto tremante, in una grotta oscura, ove non si vede che un morbido giaciglio misteriosamente rischiarato dalla fioca luce di una lampada di bronzo sospesa alla volta. Qui, lo asciugano e gli cospargono il corpo di preziose e profumate essenze, vestendolo poi di un finissimo lino bianco.

– Riposa ed attendi lo ierofante – dice uno di essi andandosene.

Ma un’improvvisa e vaga melodia di musica eccitante, che echeggia debolmente dal fondo della grotta, interrompe il riposo e cattura l’attenzione del giovane. Suoni leggeri ed indefinibili di un triste e indeciso languore pervengono ad accarezzargli le orecchie, misti ad un tintinnio metallico, a fremiti d’arpa, lamenti di flauto, sospiri alitanti come un respiro di fuoco. Preso da un’ardente sonno, il neofita abbassa le palpebre e di lascia prendere da un lungo sonno. Allorquando riapre gli occhi vede a pochi passi dal suo giaciglio un’apparizione di vita e di seduzione infernale, che lo sconvolge. Una donna bellissima, dalla pelle color del bronzo, cinta da un purpureo e trasparente velo, con il collo ornato da un monile di amuleti colorati, è là eretta, e lo fissa con uno sguardo velato di cupido languore porgendogli una coppa coronata di rose. Il neofita è sorpreso ed ha un sussulto e, non sapendo se dover temere o rallegrarsi, porta istintivamente le mani al petto. Ma la donna avanza a lenti passi e, abbassando lo sguardo mormora:

– Mi temi tu forse, bello straniero? Io ti reco il premio dei vincitori, l’oblio delle pene, la coppa della felicità …

Il giovane esita. Ed allora, come vinta dalla stanchezza, la donna si siede sul giaciglio e, avvolgendolo con uno sguardo supplichevole, simile ad una fiamma vibrante, gli porge, ancora una volta, la coppa fiorita. È questione di un attimo: come guidato da una forza interiore il giovane neofitarovescia la coppa e la donna, d’incanto, svanisce nel nulla. Immediatamente dopo, dodici assistenti, recanti fiaccole accese, lo circondarono e lo conducono trionfalmente nel santuario di Iside, ove i magi, ordinati in emiciclo e vestiti di bianco, lo attendono in assemblea plenaria.

Lo ierofante accoglie a braccia aperte il neofita e così esordisce:

– La tua saggezza ha vinto – gli dice – e ti ha permesso l’ingresso tra gli iniziati di Iside. Sventura a te se avessi osato toccare quella donna o bere da quella coppa! Ti saresti immerso in un sonno profondo senza risveglio. Dopo aver vinto e trionfato sul fuoco e sull’acqua, non avresti vinto te stesso. Complimenti ancora. Ma prima di darti il nostro benvenuto definitivo, dovrai sperare un’ultima prova.

Nell’ora del crepuscolo i sacerdoti, recanti le faci, accompagnano il neofita in una bassa cripta sostenuta da quattro pilastri poggianti su Sfingi. In un angolo è aperto un sarcofago di marmo.

– Nessuno sfugge alla morte – dice lo ierofante – e ogni anima che abbia la vita è destinata alla resurrezione. L’iniziato passa vivo attraverso la tomba per entrare fin da questa vita nella luce di Osiride: perciò adagiati nel sarcofago e attendi la luce. In questa notte oltrepasserai le porte della paura e raggiungerai la soglia della padronanza.

Il giovane si corica nel sarcofago aperto; lo ierofante protrae le sue mani per benedirlo ed il corteo degli magi si allontana, in silenzio, dal sotterraneo. Una piccola lampada disposta a terra rischiara ancora, col suo vacillante bagliore, le quattro sfingi che sorreggono le tozze colonne della cripta, e un coro di voci profonde si fa sentire basso e velato.

– Da dove viene questo funebre canto? – pensa il neofita.

Improvvisamente cessa e, al tempo stesso, la lampada getta il suo ultimo bagliore e si spegne. Tutto solo nelle tenebre, il giovane è invaso dal freddo del sepolcro che gli ghiaccia tutte le membra. Gradualmente prova tutte le dolorose sensazioni della morte e cade in un profondo letargo. Davanti a lui si svolgono in quadri, successivi e rapidi, gli avvenimenti della sua vita, ma in maniera del tutto irreale, finché la coscienza terrestre diviene sempre più vaga e diffusa. Al culmine di questa sensazione sente dissolversi il corpo, e liberarsi la parte eterea e fluida del suo essere: è così che entrai in estasi ….

– Che cos’è quel punto luminoso – si chiede – che impercettibilmente si disegna sul fondo delle tenebre?

Lentamente si avvicina, cresce, diviene una stella a cinque punte coi raggi dai colori dell’arcobaleno e rischiara, a tratti, le cupe tenebre. Ora è un sole, che lo attrae per il bagliore del suo centro incandescente.

È forse la magia dei maestri che produce questa visione? – si interroga. – È forse l’invisibile che diviene visibile? O è il presagio della verità celeste, la stella fiammeggiante della speranza o dell’immortalità?

Ma essa scomparve, e in suo luogo viene ad aprirsi un bocciolo di fiore nella notte, un fiore immateriale, ma sensibile e dotato di anima. Esso sboccia come una bianca rosa, svolgendo i suoi petali, e vidi nettamente con le sue foglie frementi ad arrossarsi il suo calice infiammato.

– È forse il fiore di Iside, la mistica rosa di saggezza, che racchiude l’eterna essenza dell’amore? – pensa.

Passano pochi attimi ed il fiore svanisce in una nube di profumi:

ed il giovane neofita si sente come inondato da un caldo e carezzevole soffio. Dopo aver assunte le forme più capricciose, la nube si condensa e diventa una umana figura, una figura di donna, l’Iside del santuario occulto, giovane, sorridente e luminosa. Il suo corpo brilla attraverso un trasparente velo, che l’avvolgeva a spirale. Recando in mano un rotolo di papiro, molto simile a quello bruciato, gli si avvicina e, chinandosi verso di lui, dolcemente dice:

– Io sono la tua invisibile sorella, l’anima tua divina, ed è questo il libro della tua vita. Esso racchiude pagine piene delle tue esistenze passate, pagine bianche delle tue future: un giorno lo svolgerò dinanzi a te. Ora tu mi conosci: chiamami e io verrò!

E mentre parlava una luce di tenerezza gli brillò negli occhi … Ma tutto si infrange, e la visione svanisce. In uno strazio indescrivibile e doloroso, il giovane sente riprecipitare nel suo corpo come in un cadavere, e ritorna in uno stato di letargia cosciente; cerchi di ferro gli costringono le membra, ed un terribile peso grava sul suo capo; si ridestai … e ritto davanti a lui vede lo ierofante ed i magi che lo circondano. Dopo avergli fatto bere una dolce porzione lo sollevano.

– Eccoti risorto – dice lo ierofante – vieni a celebrare con noi l’agape dei perfetti, e raccontaci il tuo viaggio nella luce di Osiride, perché ora sei uno dei nostri.

E così è. L’agape è celebrata in maniera rituale, e l’Iniziato racconta tutto quello che ha vissuto. Al termine della cerimonia, ad un gesto dello ierofante, si accomiata dai magi e, accompagnato come sempre dal suo maestro, prende visione della parte superiore del tempio di Tebe. Portato nell’osservatorio, nel tiepido splendore di una notte egiziana, lo ierofante, comunica al nuovo adepto la grande svelazione, raccontandogli la visione di Ermete.

– Questa visione – dice – non è mai stata scritta su nessun papiro, ma è stata impressa, con segni simbolici, sui muri della cripta segreta a me solo nota. Questa spiegazione viene tramandata oralmente, solo da pontefice a pontefice. Ascolta bene – continua – poiché questa visione racchiude in se la storia eterna del mondo e il ciclo delle cose!

Ermete rifletteva un dì sulle origini delle cose quando si addormentò, e il suo corpo fu sorpreso da pesante torpore e rigidità, mentre lo spirito suo saliva negli spazi. Gli parve allora che lo chiamasse per nome un immenso essere d’indeterminata forma, ed atterrito gli chiese:

– Chi sei tu?

Io sono Osiride, l’intelligenza sovrana, ed ogni cosa posso svelarti. Che vuoi tu?

Contemplare la fonte degli esseri e conoscere Dio, Osiride divino.

Tu sarai soddisfatto.

Immediatamente Ermete si sentì inondato da una deliziose luce e in quelle onde diafane passavano le incantevoli forme di tutti gli esseri; ma, ad un tratto, spaventevoli tenebre e tortuose forme piombarono su di lui ed egli fu immerso in un umido caos denso di fumo e di lugubri muggiti. Un grido saliva dagli abissi, era il grido della luce, e subito un fuoco sottile scaturì dalle umide profondità e raggiunse le altezze eteree. Ermete fu rapito con esso e si ritrovò negli spazi.

Il caos si districava nell’abisso, cori di astri echeggiavano sulla sua testa, il grido della luce riempiva l’infinito.

Hai tu compreso ciò che vedesti? -­­ domandò Osiride ad Ermete, avvinto nel suo sogno e sospeso fra terra e cielo.

No! rispose Ermete.

Ebbene, sappilo. Tu vedesti ciò che avviene nell’eternità. La luce che vedesti dapprima è la divina intelligenza, che contiene ogni cosa in potenza e racchiude i modelli di tutti gli esseri; le tenebre nelle quali fosti poi precipitato rappresentano il mondo materiale, in cui vivono gli uomini della terra. Ma il fuoco che hai visto erompere dalla profondità, è il Verbo divino: Dio è il Padre, il Figlio è il Verbo, la loro unione è la Vita.

Che senso meraviglioso è questo sviluppatosi in me, per cui non più con gl’occhi del corpo ma con quelli dello spirito io veggo ora le cose domandò Ermete.

Figlio della polvere, rispose Osiride ora il Verbo è in te; ciò che intende, vede, agisce in te è il Verbo stesso, il fuoco sacro, la parola creatrice!

Poiché ciò avviene, replicò Ermete fammi vedere la vita dei mondi, il cammino delle anime, donde viene e donde torna l’uomo.

Sia fatto secondo il tuo desiderio.

Ermete sentì appesantirsi come pietra e, come un aereolito, precipitò attraverso gli spazi sulla vetta di un monte. Era notte; cupa e nuda la terra; gravi come ferro le membra sue.

– Leva lo sguardo e mira! – disse la voce di Osiride.

Meraviglioso spettacolo vide allora Ermete. Infinito lo spazio, stellato il cielo, sette luminose sfere lo avvolgevano, e d’un colpo scorse i sette cieli disposti sopra di lui come sette globi concentrici e trasparenti, dei quali egli era il centro siderale. La Via Lattea cingeva l’ultimo ed in ogni sfera si aggirava un pianeta, che un genio di forma, segno e luce diversa accompagnava. E mentre Ermete, abbagliato, contemplava la loro sparsa fioritura e i maestosi movimenti loro, Osiride gli disse:

– Guarda, ascolta e comprendi. Tu vedi le sette sfere di ogni vita, attraverso le quali si compie la caduta delle anime e l’ascesa loro. I sette Geni sono i sette raggi del Verbo-Luce e ognuno di esso presiede ad una sfera dello spirito, ad una fase della vita delle anime. Quello a te più vicino è il genio della luna: vedilo coronato di falce d’argento ed osserva il suo inquietante sorriso: egli presiede alle nascite ed alle morti, svincola le anime dai corpi e le attrae nel suo raggio. Sopra di lui, Mercurio pallido mostra la via col caduceo che contiene la Scienza , alle anime discendenti o ascendenti. Più su brilla Venere , che reca lo specchio d’Amore, nel quale di volta in volta si obliano e si riconoscono le anime. Sopra a lei leva il genio del Sole la fiaccola trionfale dell’eterna Bellezza. Più in là Marte brandisce la spada della Giustizia signoreggiante sulla sfera azzurra, Giove tiene lo scettro del supremo potere, che è l’Intelligenza divina. ai limiti del mondo, sotto i segni dello zodiaco, Saturno sostiene il globo della Saggezza universale.

– Io veggo – disse Ermete – le sette regioni, che comprendono il mondo visibile, veggo i sette raggi del Verbo-Luce, del Dio unico, che con essi li traversa e li governa. ma come si compie il viaggio degli uomini attraverso questi mondi, o maestro?

– Vedi tu , – disse Osiride – una luminosa semenza cadere dalle regioni della Via Lattea nella settima sfera? Son tutti germi d’anime. Vivono esse come leggeri vapori nella regione di Saturno, felici, spensierate, ignoranti della loro felicità. ma cadendo di sfera in sfera rivestono involucri sempre più pesanti e, a ogni incarnazione, acquistano un nuovo senso corporeo conforme all’ambiente nel quale dimorano. La loro energia vitale aumenta, ma a misura che entrando in corpi più densi perdono il ricordo della loro celeste origine. Così si compie la caduta delle anime, che vengono dall’Etere divino, ed esse, di più in più assoggettate alla materia, di più in più inebriate della vita, simili a pioggia di fuoco, precipitano con fremiti di voluttà, attraverso le ragioni del Dolore, dell’Amore e della Morte, fin nella loro terrestre prigione, ove tu stesso gemi trattenuto dall’igneo centro della terra, e ove vano sogno ti sembra la vita divina.

– Possono morire le anime ? – chiese Ermete.

– Sì, molte periscono nella fatal discesa – rispose Osiride. – L’anima è figlia del cielo e il suo viaggio è una prova Se nel suo sfrenato amore della materia perde il ricordo della sua origine, la divina scintilla che è in lei, ritorna atomo senza vita all’eterea regione, e l’anima si disgrega nel turbine dei bruti elementi.

Ermete a tali parole ebbe un fremito. Una ruggente tempesta l’avvolse in una nera nube. Le sette sfere scomparvero sotto densi vapori, ed egli vide spettri umani, che gettavano grida strazianti, trasportati e sbranati da fantasmi di mostri e d’animali, fra gemiti e orrende bestemmie.

– Tale è – disse Osiride – il destino delle anime irrimediabilmente perfide e basse. Soltanto con la loro distruzione, che è la perdita di ogni coscienza, finisce la loro tortura. Ma ecco, dissipati i vapori, ricomparire le sette sfere. Mira, vedi tu quello sciame di anime, che tendono a risalire verso la regione della Luna? Talune sono abbattute a terra, come stuolo di uccelli percossi dalla tempesta, altre raggiungono con forti colpi d’ala la sfera superiore, che le attrae nella sua rotazione. Ivi giunte riacquistano la visione delle cose divine, non più per rifletterle nel sogno di una impotente felicità, ma per impregnarsene con la lucidità della coscienza illuminate dal dolore, con l’energia della volontà temperata nella lotta. esse divengono luminose, perché contengono in se stesse il divino e lo irradiano negli atti loro, Rinfranca dunque l’anima tua, o Ermete, e rasserena l’oscurato spirito tuo contemplando il lontano volo delle anime, che risalgono le sette sfere e vi spargono come manipoli di scintille, poiché tu puoi seguirle, e basta volere per elevarsi. Vedi come vanno a sciami e descrivono cori divini, orinandosi ciascuna sotto il genio suo preferito? Le più belle vivono nella regione del Sole, le più potenti si innalzano fino a Saturno, fra le potenze, potenze ancor esse. Perché là ove tutto finisce, tutto eternamente comincia, e le sette sfere dicono insieme:

Saggezza ! Amore ! Giustizia ! Bellezza ! Splendore ! Scienza ! Immortalità !

Lo ierofante conclude il suo discorso e, dopo una breve pausa:

Ecco – prosegue – ciò che vide il grande Ermete e ciò che i suoi successori ci hanno trasmesso. Le parole del saggio sin come le sette note della lira, che contengono tutta la musica coi numeri e le leggi dell’universo. Questa visione racchiude i segni evocatori e le chiavi magiche. Più imparerai a contemplarla ed a comprenderla, e più vedrai estendersi i limiti tuoi, perché una stessa legge organica governa tutti i mondi. Le sette sfere della visione, riferiti ai setti pianeti, simboleggiano sette princìpi, sette differenti stati della materia e dello spirito, sette mondi diversi, che ogni uomo ed ogni umanità sono costretti a percorrere nella loro evoluzione attraverso il sistema solare. I sette Geni, o sette déi cosmogonici, rappresentano gli spiriti superiori che dirigono tutte le sfere, scaturiti dalla loro evoluzione.

Così sei penetrato fin sulla soglia del grande arcano e la vita divina ti è apparsa coi fantasmi della realtà; Ermete ti ha fatto conoscere il Cielo invisibile, la luce di Osiride, il Dio celato dell’universo, che respira con milioni di anime, ne anima i globi erranti e i corpi nel lavoro. A te il dirigerti e lo scegliere la tua strada per salire allo Spirito puro, perché tu ora appartieni ai risorti vivi. ricordati che ci sono due chiavi principali della scienza.

Ecco la prima: l’interno è come l’esterno delle cose, il piccolo è come il grande, non c’é che una sola legge e colui che opera è uno. Nulla è piccolo, nulla è grande nell’economia divina!

Ecco la seconda: gli uomini sono dei mortali e gli dèi sono uomini immortali!

Beato colui che comprende queste parole, perché possiede la chiave di ogni cosa. Ricorda che la legge del mistero copre la grande verità e la totale conoscenza non può essere svelata che ai fratelli, i quali attraversarono le nostre stesse prove. Bisogna misurare la verità secondo le intelligenze, velarla ai deboli, in quanto li renderebbe folli, celarla ai tristi, i quali ne afferrerebbero frammenti soltanto per servirsene come armi di distruzione. racchiudila nel tuo cuore e parli con essa l’opera tua. Tua forza sarà la scienza, tua spada la fede, tua infrangibile armatura il silenzio!

Così parlò lo ierofante e, con un leggero inchino, si accomiatò da lui.

Abidos: esso è probabilmente il più antico santuario d’Egitto, il suo Santo Sepolcro, dove il culto di Ammon-Rà altro non era che la esteriore ed ufficiale forma del culto segreto e dell’iniziazione di Osiride.

Il Tempio di Abidos : le sette cappelle poste in fila, raffigurano l’iniziazione sacerdotale e reale: la prima, da sinistra, è dedicata a Seti I , padre del grande Ramsess II , che fece edificare il santuario successivamente portato a termine dal figlio. Le altre sei sono consacrate a Ftah , il distributore degli elementi fisici; Harmakis plastico regolatore; Amon , cuore del desiderio, creatore e riproduttore; Osiride , il verbo umano rivelatore; Iside , la luce increata; Horus , lo spirito divino risuscitato nell’uomo.

Eccoci all’interno del santuario.

 

Qui, Iside in piedi col braccio teso appoggia la mano sulla spalla del Faraone che la guarda in faccia. Ancor più lungi, gli tocca le labbra con la croce ansata per inalargli la divina vita. … I più bei bassorilievi si riferiscono allo stesso mito osirico. Nulla di più maestoso di Osiride, troneggiante, coronato dallo pschenti, armato dello scettro e del flagello. Nulla di più svelto e di più casto di Iside, con la sua veste gialla accanellata in lunghe e diritte pieghe. Il sorriso della dea è abitualmente enigmatico, talvolta triste di dolcezza, talvolta penetrante di serenità. Incantevole è l’Iside inginocchiata nella barca solare innanzi al suo sposo Osiride. (…) Ora Iside appare assisa alla poppa della funebre barca. E’ innanzi ad essa un sarcofago che racchiude la mummia del dio morto. Ma la mano di lei tiene il timone, il suo sguardo è fisso all’orizzonte. Al piedi le fiorisce un fascio di fiori di loto dai calici reclinati, messe di anime in divenire. Iside è divenuta la conduttrice delle anime attraverso le tenebre della materia, le cadute e le incarnazioni. Ma eccola in piedi, vestita di raggi solari, armata dell’elmo azzurro dalle lunghe ali ricadenti, con suo figlio Oro. Essi guardano Osiride risuscitato. Di qual gioia essi risplendono! Nella loro mano sfolgora l’anello crociale, la chiave della vita immortale, immagine profonda della resurrezione dell’anima al suo ritorno nel mondo divino.

Iside, Osiride e Oro; la Vita ; la Morte ; la Resurrezione. Millenni prima dell’avvento di Cristo, l’essenza magica della trinità trova nei figli di Ermete i veri creatori della dottrina del Verbo-Luce secondo la quale l’uomo è una particella emanata dal principio intellettuale (Osiride) e dalla Luce intelligibile e plastica (Iside), particella discesa nella materia per suo proprio errore o per la necessaria prova, e chiamata a risalire alla sua causa con libero sforzo.

Per tentare di averne un’idea molto approssimativa, occorre leggere Il Libro dei Morti , secondo gli Alessandrini attribuito ad Ermete Trismegisto , che era profanamente considerato come una sorta di manuale d’oltre tomba ma che, celatamente, è da intendersi come un vero e proprio catechismo simbolico, solcato da idee profonde ed illuminanti.

Che cosa succede dopo la morte del corpo secondo gli antichi egizi?

 

Il primo viaggio

L’Amenti o l’abisso delle ombre

Le ultime cerimonie funebri sono finite. Il sarcofago di legno dorato che raccoglie la salma imbalsamata e che riproduce la figura del vivo, in piedi, all’entrata dell’ipogeo, ha ricevuto le preghiere della famiglia, gli inni dei sacerdoti, le libazioni dei celebranti. Le prediche si son taciute il banchetto d’addio è stato celebrato. Ora il morto è suggellato e murato nella sua camera di pietra, nella dimora dell’eternità.

Che fa l’anima in questo momento? Agghiacciata di stupore, segue il suo corpo come un rottame attaccato ad un vascello naufragato. Essa non è più che un ombra. Tuttavia si sente un corpo e delle membra come un essere umano. Ma son gravi; essa non può muoverle. Vorrebbe chiamare, ma non ha voce; tenta di vedere, ma un denso velo si stende tra essa e le cose.

La sua atmosfera stessa le cela il sole come un crespo nero. Essa fluttua, oppressa di silenzio, confitta nelle tenebre e nell’angoscia. Ma giunge la notte. La luce della Luna la penetra di una vibrazione magnetica e scaturiscono vaghe fosforescenze. Mani, braccia, larve umane si abbozzano; le une opache, le altre grigie; altri lucenti s’accendono e si stingono a volta a volta, la stordiscono come un volo di falene e di pipistrelli. Mani la sfiorano, l’afferrano. Fra quei volti essa ne riconosce di già vivi, ma la maggior parte le sono ignoti. Essi hanno l’espressione intensificata dei vizi o dei delitti, ai quali l’anima si è lasciata trascinare durante la sua vita. Smorfie lascive, maschere d’odio, profili crudeli e rapaci, ceffi ipocriti. Adesso essa crede di comprendere il loro sussurrare. E, come foglia trasportata dal vento, essi la trascinano in un uragano. La trasportano lontano nel cono di tenebre che la terra proietta dietro di sé. Colà, essa s’immerge e vaga smarrita, ebra di terrore, fra migliaia di ombre, lungi dal Sole, lungi dalla Luna, lungi da tutti gli astri, nei precipizi del vuoto freddo e spalancato. Moltitudini di anime tenebrose colà s’inseguono, ora per afferrarsi, ora per dilaniarsi, e ricominciano con furia centuplicata la ridda delle loro passioni terrene.

Quando l’anima defunta giunge a sfuggire da questo abisso di vertigine e spavento, si rifugia nella camera mortuaria del suo ipogeo. Meglio il nulla della dissoluzione e della morte che la ribile

tempesta delle ombre, nell’Amenti!

Il secondo viaggio

Lo sdoppiamento, ovvero il rammemorarsi dell’anima

Ma ecco che, dal fondo delle tenebre, essa scorge, nelle altezze dell’aria, una forma luminosa portante uno scettro ed un elmo che lentamente discende.

Essa si ode chiamare a nome.

– Chi sei tu?

– Chiamami Ermete. Sono il tuo genio-guida. Gli dei m’hanno ordinato di fare della parola di Osiride una verità per te. Io apro le vie; io faccio le strade. Guarda!

Ermete tocca l’ombra col suo scettro ove s’allacciano due serpenti. All’istante essa riacquista il movimento, la vita e la parola. Scie sparse di anime bianche disegnano nello spazio gradi ineguali. In alto, una luce abbacinante si fa strada nell’aria opaca e scuote dal suo funebre sonno l’anima aggrappata alla sua tomba. Tutt’a un tratto, sotto quella irruzione di luce, essa si ricorda della sua divina vita passata:

– Io dunque non sono una larva maledetta? Un’ombra che passa? Sono un’anima vivente, una particella di Osiride!

– Per meglio rammemorarti, ascendi con me nella regione del sole.

– Ahimè! Non oso, non posso! Il peso della vita terrena mi trattiene, io sono prigioniera della mia ombra, nella rete di Anubis, nelle viscere di Set!

– Spirito immortale! … Bisogna separarti dalla tua ombra mortale.

– Lasciarla nella sua angoscia? Io non voglio.

– Allora, tu non ascenderai con me come una pura fiamma, tu non t’innalzerai come lo sparviero di Oro nel cielo da cui sei discesa. E quando Ermete ti avrà salutato per l’ultima volta, la distruzione, l’oblio e la monte cadranno su di te per cancellarti dal libro dei vivi. Io sento due voci. La mia ombra, ribadita alla terra, supplica resta! La luce mi fa paura! Lo spirito, dall’alto, esclama come un lungo concerto: Ascendi! e affronta tutto. Perisca la tua ombra, piuttosto che tu non riveda il cielo!

– A quale voce obbedire? Orrore! Io sono duplice!

– Io sono il buon pilota: non ascoltare l’altro. Egli ti condurrebbe al serpente Aker e alla dimora dell’annientamento. Io solo conduco alla barca d’Iside. Io voglio fare di te un puro fiore di loto, un’anima di eternità. Andiamo, coraggio!

– Tu mi trascini? Spaventevole strazio! … La mia ombra che piange, e la terra che scompare…

Eccoli al limite del mondo sublunare, chiamato Muraglia di ferro dal Libro dei Morti. La sua uscita è custodita, secondo i sacerdoti Egizi, da spiriti elementari, la cui fluidità riveste tutte le umane ed animali forme. Anime semi-coscienti degli elementi, protoplasmi d’anime future senza fissa individualità: la terrestre atmosfera è il loro abitacolo. Essi assalgono sì l’uomo vivente che vuole penetrare nell’invisibile mediante la magia, che l’anima defunta che vuol uscire dall’Amenti per entrare nella celeste regione.

Questi guardiani della soglia sono rappresentati nella mitologia egiziana dai cinocefali.

Anubis con la testa di sciacallo è il loro signore. I greci ne han fatto Cerbero.

Il genio dell’Anima, Ermete, li allontana con gesto regale e con un lampo del suo scettro si fa strada nella loro moltitudine turbinosa. Eccoli fuori dall’attrazione terrestre. Come un globo di fuoco, il sole emerge dai cupi abissi dello spazio. L’anima lo guarda in faccia, abbacinata dal suo disco.

– Tu vedi Ammon-Rà, il dio dei pianeti, lo dice Ermete, e questo non è che l’ombra del dio di Verità. Ma pure esso, racchiude i suoi effluvi creatori. Guarda bene e non tremare. Giacché, sul suo disco, ti appariranno i sette Dei verbi del Dio Unico. Se tu sostieni il loro splendore, tu diverrai il giudice della tua propria anima.

I sette Dei appaiono successivamente come candidi bagliori sul disco rosso. Dicono essi all’anima:

– Noi ti abbiamo dato i nostri aliti: la giustizia e la misericordia, la scienza e la bellezza, la saggezza e l’amore e la forza. Te ne ricordi? Che ne hai tu fatto nel mondo della menzogna e delle tenebre?

Ad ognuno di questi nomi l’anima si sente trapassata da un fulmine. Ad ognuno essa vede schiudersi lo splendore di un cielo ritrovato. Al tempo stesso, vede la miseria e la bruttura della sua vita terrena. Infine, annientata, essa grida:

– L’ombra si dispera! L’ombra agonizza! Io la sento che dal basso mi chiama. Discendiamo!

Essi raggiungono la zona che cinge la terra come uno strato di vetro opaco. Il loro passaggio vi apre una strada. Poi, il negro abisso si rinchiude sopr’essi, ed eccoli nuovamente immersi nel doloroso cerchio delle generazioni, nei limbi dell’Amenti. Turbata, l’anima guarda volta a volta il suo Genio luminoso dall’elmo alato e l’ombra nera inerte nel suo sepolcro. Sorridente ed impassibile, la divina Guida risponde con queste parole più tremende di una sentenza:

– Tu sai, ora; sii il tuo proprio giudice!

Il terzo viaggio

Il giudizio o la seconda morte.

L’anima, separata dal corpo, illuminata dalla divina memoria dello spirito, vede sfilare innanzi a sé tutta la propria vita, e, divenuta straniera al suo passato, si giudica sotto quella implacabile luminosità. Allora essa stessa va ove deve andare, secondo le affinità generate dalle sue azioni, dai suoi segreti pensieri, e ciò per una legge tanto naturale quanto infallibile come quella che fa sull’acqua rimbalzare il sughero ed affondare il piombo. Questa concezione di psicologia profonda, gli Egizi la esprimono col giudizio di Thot (Ermete) simbolicamente figurato in una incisione del Libro dei morti e riprodotto in pittura su parecchie tombe di re a Tebe. Il luogo del giudizio è chiamato “sala della Verità”. Il giudice Osiride, seduto sul trono, con in mano lo scettro e la sferza, rappresenta lo spirito divino presente nell’uomo stesso. Thot (Ermete), agente qui da testimone e da cancelliere, reca le tavolette chiamate “i misteriosi archivi degli dei”. Ora, quegli archivi significano esotericamente l’etere sottile, ove le azioni, i desideri e fino i pensieri dell’uomo s’imprimono come immagini più o meno forti e durature, a secondo della loro frequenza e della loro intensità. Quelle immagini, ravvivate da Ermete (il Genio-Guida), si svolgono innanzi all’anima come un grande quadro I due geni Schai e Ranen (Fatalità e Felicità) sovrastano un gruppo geroglifico significante: Rinascenza. Per sapere da quale lato l’uomo ha piegato, Ermete pone in uno dei piatti della sua bilancia il cuore dell’uomo, nell’altro la statua della Verità. Sono le segrete intenzioni, non già le azioni che decidono del futuro destino dell’anima. Coloro che si sono induriti nel male sino a perdere ogni senso di verità, hanno in sé stessi ucciso l’ultimo ricordo della vita celeste, hanno troncato il legame con lo spirito divino, hanno pronunciato il loro annientamento, cioè la dispersione della loro coscienza negli elementi. Coloro in cui il desiderio del bene sussiste, ma dominato dal male, si son condannati da se stessi ad una nuova e più laboriosa incarnazione. Al contrario, coloro nei quali l’amore della verità e la volontà del bene hanno trionfato sugli istinti inferiori sono pronti al viaggio celeste malgrado i loro errori e i loro falli passeggeri. Allora, lo spirito divino raccoglie in sé tutto ciò che v’ha di puro e d’immortale nei terrestri ricordi dell’anima: mentre tutto il falso, l’impuro ed il mortale si dissolvono nell’Amenti con la vana ombra. Così l’anima, attraverso una serie di prove e d’incarnazioni, si distrugge o s’immortala a suo piacimento. Questa integrazione è appunto ciò che gli iniziati egizi chiamavano la Resurrezione.

Il quarto viaggio

Il ritorno alla luce, ovvero la Resurrezione.

Armata dallo stesso Ermete dello scettro della volontà sovrana e dell’anello crociale, segno dell’immortalità che procede dall’amore-saggezza, l’anima si slancia nel mondo divino come nella sua patria. Essa ascende, raggia, vede. Il sole, i pianeti, il mondo materiale, tutto è scomparso. Liberata dalla opaca sua scorza, essa rientra dal verso al recto della vita e l’interno delle cose le appare. Purificata, s’immerge nell’Anima del mondo che contiene i fluidi, le essenze e gli archetipi di tutti gli esseri. Abbacinata da torrenti di luce esclama:

– S’apra il cielo, s’apra la terra, s’apra il sud, s’apra il nord, s’apra l’ovest. Io mi scompongo dalle moltitudini circolanti e ricomincio me stessa fra i mani.

La sua parola diventa luce, e la luce diventa parola. Giacché, dalle altezze sfolgoranti, migliaia di voci rispondono al suo grido:

– Il cielo s’apre quando emerge il dio!

Ed essa ascende, ascende sempre. Dal punto incandescente partono quattro fiumi che si estendono in tutte le direzioni come per abbracciare lo spazio. Ermete dice all’anima:

– Il fiume d’oro viene da Osiride, l’intelligenza; il fiume azzurro da Iside, l’amore; il fiume purpureo da Rà. la vita; il fiume di smeraldo da Neftis, la sostanza Universale.

Su queste acque celesti maestosamente voga la barca d’Iside; la dea è seduta al timone; suo figlio Oro, armato di lancia, è in piedi a prua.

Nel centro della barca si erge una cappella, i cui capitelli, a forma di loto, sorreggono a guisa di cupola, un globo splendente, riflesso del sole di Osiride. A tal vista l’anima esulta ed esclama:

– Io sento passare in me il soffio degli del. Io sono Iside, Osiride, Rà e Nefti.

I nocchieri rispondono:

– Sali in questa millenaria barca per compiere il tuo ciclo divino.

Accolto nella barca, l’uomo, divenuto un Osiride, esclama:

– Io son l’ieri e conosco il domani. Io son padrone di rinascere una seconda volta. Io attraverso il cielo suscitandovi la luce. Io m’involo per illuminare i mani. Io apro e io chiudo. Il buon Signore m’ha accordato tutto ciò!

Con movimento ascendente, in una calma che dà le vertigini, la barca d’Iside sale attraverso le flotte di stelle. In quella barca meravigliosa, che può andare dovunque, secondo vuole il desiderio, che porta l’Arca e l’Archetipo dell’Essere, lo spirito si trova al centro dello spazio e del tempo. Esso abbraccia il dramma dell’Universo. Vede le anime salire e discendere, liberarsi e reincarnarsi; le generazioni, i mondi, uscire del caos e rientrare nel seno d’Iside che li rende al suo sposo. Ma tutte queste cose tragiche e terribili, invece di formare, come sulla terra, un insieme di rumori discordanti e dolorosi, si spandono e cadono ora in larghi numeri e riecheggiano nel cuore dell’anima come una divina sinfonia. La terra di Ansù, ove approda la barca d’Iside, è un pianeta spirituale senza atmosfera elementare, illuminato dal sole di Verità, animato dal suo Verbo, ove gli eletti si creano un mondo a loro immagine, secondo la legge d’affinità, d’amore e d’armonia!

 

Ed ecco di fronte a noi, circondata da rocce selvagge, l’incantevole e misteriosa Isola di Phile , il cui dolce nome grecizzato richiama il verbo amare, ma che significa in egiziano: “l’isola della fine”, il Finis terre del sacro Egitto. L’isola allungata nel senso del fiume ha la forma di un sandalo. Le colonnate e i due piloni del tempio d’Iside si profilano sul suo spigolo in toni caldi. Sopra la riva orientale, il piccolo tempio di Traiano, graziosamente posto su di una terrazza. Tutto 1″edificio consiste in quattro architravi che posano su dodici colonne e capitelli di papiro, senza tetto. Questo tempietto si civettuolo e si poetico sembra invitare le barche a bagnarsi sulla sua baia… Appunto lì sbarcano gli antichi pellegrini che erano accolti dai pastofori, in cima alla scala della terrazza. La corte di ingresso li accoglieva fra i due colonnati non paralleli che, divaricando, raggiungono il primo portale guardato dal leoni. Questa strada, che s’innalza in molle declino, fra una doppia fuga di colonne, verso la santa dimora, produce un’impressione di ampliamento e di libertà. Il soffitto dei portici è stranamente ornato di stelle nere su fondo azzurro, come per significare che la luce fisica si spegne nelle profondità della luce divina. Dopo aver attraversato il primo portale, si penetra in una corte ipostila che, a sinistra, mostra il ” Mammisi ” o sala del parto. Quivi si adorava Iside come madre di Athor e di Horus, vale a dire, vi si adorava la luce celeste nell’atto di partorire il mondo visibile e l’uomo. I quadri che si possono osservare si riferiscono all’infanzia di Horus , che suona la lira innanzi a sua madre e che riceve da Ammon-Rà l’emblema della vita, da Thot quello dell’intelligenza. Per il secondo portale si penetra nel parados, le cui magnifiche colonne dai capitelli dipinti ci mostrano la policromia dell’architettura egizia in tutta la sua delicatezza. Quando si leva il capo verso il coronamento di quella finestra di pietra, i bianchi fiori di loto striati d’azzurro risaltano nel tenue verde delle foglie delle palme. L’adyton racchiudeva la statua d’ Iside che si era ammessi a contemplare sotto un velo scintillante. Si saliva poi per la scala interna del muro, alla cappella di d’ Osiride , posta come in pieno cielo sul tetto del tempio. Essa è sfuggita per miracolo alle devastazioni dei cristiani, i quali, forse, han creduto trovarvi un’immagine della resurrezione di Cristo. Giacché vi si vede un assai notevole quadro della resurrezione di Osiride , slanciatesi fuori della sua bara, in presenza di Horus e di una Iside alata. Giungendo colà, il neofita aveva, per così dire, attraversato tutta la sua iniziazione di Horus . Era egli stesso divenuto un figlio d’ Iside , e, appunto in presenza di questo quadro, nella diafana ombra d’una notte stellata, il gran sacerdote gli spiegava il supremo e celato senso della trasfigurazione d’ Osiride ».

Phile, o File, l’isola d’ Iside . Per molti secoli dopo l’avvento di Cristo, il culto della dea non cessò mai di esistere, di esercitare il suo fascino celato e misterioso. Da tutti i lontani punti cardinali, i pellegrini giungevano nell’isola per invocare i favori della dea. Già parlando del tempio di Abidos , si è accennato alla fantastica analogia della trinità egizia ( Iside-Osiride-Horus ) con quella Cristiana, che ha nella resurrezione del dio il suo apogeo. Proseguendo nel raffronto, Iside rappresentò per l’antichità ciò che la vergine Maria rappresenta per la Cristianità : la madre del Dio vivente. Come ancor oggi nel Santuario di Lourdes migliaia di pellegrini, infermi ed infelici invocano, davanti alla statua della Vergine, la grazia divina, per più di tre millenni i pellegrini del passato hanno richiesto il divino intervento d’ Iside . Ma, come si è già evidenziato, tutte le cose celano un lato nascosto, non visibile a tutti. Vediamo quale potrebbe essere quello che riguarda l’immortale figura di Iside . E’ indubbio che, nell’antichità, Iside rappresentasse tra l’altro il culto della Magia, intesa nel suo significato etimologico. Nel mondo ellenistico e tardo antico, la magia, soprattutto in alcuni ambienti filosofici e religiosi, si viene definendo come forma superiore di conoscenza cui corrisponde una concezione del mondo retto da forze spirituali, intermedie tra l’uomo e la divinità suprema, con le quali si entra in contatto per il tramite di riti e pratiche mistiche-religiose.

Nel Medioevo (dal sec. XII) e nel Rinascimento, soprattutto per il rinnovarsi della tradizione Platonica, la magia torna a proporsi come forma di conoscenza, collegata con l’astrologia, la chimica e la fisica, che permette un rapporto privilegiato con le forze che reggono la natura secondo una concezione vitalistica e dinamica, aprendo, grazie all’Alchimia, nuovi spazi di sperimentazione scientifica.

I tempi moderni fanno stringere una santa alleanza tra le due maggiori correnti di pensiero dogmatico del nostro periodo: quella di alcuni oltranzisti religiosi, che interpretano la magia come complesso di riti malefici destinati a recare danno agli individui, e quella degli esasperati sostenitori del materialismo ateo, per i quali il termine magia assume un significato deteriore di insieme di pratiche prive di fondamento, e quindi arbitrarie quando non fraudolente.

Il dramma degli Dei

Ma torniamo alla dea Iside, ed agli iniziati che si ispiravano alla interpretazione simbolica del mito di Iside ed Osiride.

Se la dottrina di Osiride si perde nella notte dei tempi, la sua forma drammatizzata data probabilmente dalla invasione degli Hyksos. Quando i barbari d’Asia ebbero sottomesso la terra di Ermete, quando l’autonomia nazionale fu minacciata, i sacerdoti egizi diffusero nel popolo questa leggenda che avvolgeva di un velo protettore, impenetrabile allo straniero, l’arcano della religione e la più sacra speranza della patria. Come una fiaccola, essa doveva ardere i cuori; come una lampada, doveva illuminare le coscienze. Ecco quanto essi raccontano

Osiride, primogenito figlio della Terra e del Cielo, regnava in Egitto con la sua celeste sorella Iside, divenuta in questo mondo sua sposa. Saggio e bello era questo Dio incarnato in un re. La sua sposa fu chiamata la buona e la luminosa; giacché i ricordi divini, le speranze e le consolazioni erano in lei sopite e, allo sguardo del suo sposo, si svegliavano innumerevoli e meravigliose. La loro unione era sì perfetta e sì profonda che colmava di gioia l’Universo. Dopo aver incivilito le genti della terra di Kem, Osiride volle istruire i barbari. Partì per l’Asia, lasciando ad Iside il compito di regnare l’Egitto. Frattanto Set-Tifone, il dio del fuoco e dell’abisso, geloso delle glorie di suo fratello, spiava i felici e meditava la sua rivincita. Aveva egli per moglie la sorella Neftis, la dea delle umide regioni. Quando Osiride tornò dalla trionfale spedizione, nella quale aveva affascinato i barbari con la musica., Set-Tifone impose a sua moglie Neftis di attrarre Osiride in un tranello. Neftis trafugò ad Iside la veste luminosa e profumata. Avvolta nelle pieghe di essa, assunse le parvenze di sua sorella ed attirò Osiride nel suo letto in riva al Nilo. Da quella ibrida unione nacque più tardi Anubis, il terrifico guardiano delle ombre e il capo dei fantasmi elementari. Mentre Osiride dormiva, sfinito per voluttà e per stanchezza, Set-Tifone si gettò su di lui, lo uccise col suo tridente, ne fece il corpo a pezzi e ne gettò le sparse membra per tutto il fiume. Clamori selvaggi misti a lamentazioni corsero lungo il Nilo e pervennero fino a Tebe.

Smarrita, emettendo gemiti e gridi, coperta di cenere, vestita di nero, Iside uscì dal suo palazzo. Immediatamente fece costruire una barca ed un arca per cercare gli sparsi frammenti del corpo di Osiride, e prendendo il timone, si lasciò portare dalla corrente del Nilo. Ogni volta che ne trovava uno, lo riponeva nell’arca. Allorché scorse la testa di Osiride arenata tra i fiori di loto, la bagnò di lacrime, la premé sul cuore, poi, sollevandola fra le mani, lungamente la contemplò. Improvvisamente gli occhi del dio si aprirono fiammeggiando e il loro raggio penetrò sin nel cuore della dea che, trovate tutte le restanti parti dello smembrato corpo, si trasformò in uno sparviero e si accoppiò con i resti d’Osiride. Da quell’unione, essa concepì Horus, il Liberatore! In quell’istante un fanciullo audace e beffardo, che s’era nascosto tra le canne per spiare la dea, rise, ed Iside furente si volse, lanciandogli un sì fulmineo sguardo ch’egli ne cadde morto. Intanto Set-Tifone col suo esercito s’impadronì di Tebe e l’Egitto fu oppresso di flagelli. Ma Horus, il fanciullo meraviglioso, cresceva nel ritiro di Abidos sotto la materna sorveglianza. Egli aveva la forza e la bellezza di suo padre, ma maggiore impeto ed uno splendore solare diffuso in tutta la figura. Addomesticava i leoni e domava i cavalli per le sue future battaglie. Divenuto adulto, seppe conquistarsi l’affetto di numerosi partigiani e perfino quello della stessa Neftis, la donna del suo nemico. Dopo lunghe lotte sconfisse l’esercito di Set-Tifone. Questi, ferito dalla sua lancia, cadde in suo potere. Iside accordò la vita al ribelle atterrato, dicendo, nella sua suprema saggezza, che anche Tifone era necessario al mondo, giacché se la terra porta il cielo, l’abisso porta la terra. Ma Horus, irritato dalla clemenza che risparmiava l’assassino di suo padre, strappò la benda reale dalla fronte di sua madre. Ermete la sostituì con un elmo. Allora Iside ed Horus convocarono tutti gli dei nel loro palazzo di Tebe e fecero condurre alla loro presenza l’arca di legno di palma che racchiudeva le membra tutte di Osiride. Horus toccò l’arca col suo scettro reale ed Iside col suo magico fiore di loto. Distesero poi al di sopra del feretro le mani forti e sottili che stringono la croce ansata, segno della vita eterna, e, congiungendole come catena indissolubile, madre e figlio pronunciarono il giuramento dell’invincibile amore. Dopodiché Osiride, spezzato il sarcofago, risuscitò innanzi a loro, in un immacolato e sovrannaturale splendore. Sotto il suo sguardo trionfante, la testa d’Iside, trasfigurata, si coprì di un nimbo azzurro striato di luce e i suoi occhi brillarono come stelle. Dagli omeri della dea sorsero due immense ali che parevano pendersi nell’infinito. E il Signore di tutte le verità condusse nel cielo la sua sposa immortale, la madre degli dei. E gli dei tremarono; giacché innanzi alla luce dell’Ineffabile, essi si sentirono del tutto consunti e quasi annichiliti. Ma ben presto udirono una voce, e, trasalendo di gioia, guardarono Horus. Essi nella parola di lui, avevano riconosciuto il verbo di suo padre, e nei di lui occhi, la divina luce della madre sua.

Questa leggenda che divenne la santa storia dell’Egitto e che diede origine, presso i Greci, per via d’iniziazione, ai misteri di Orfeo e a quelli di Eleusi. Ancora più singolare, ancor più sorprendenti eran le parole che lo jerofante confidava all’adepto sulla sommità del tempio secondo le testimonianze del nostro viaggiatore del passato.

– Osiride, lo spirito divino – egli diceva – non può manifestarsi senza frammentarsi nel tempo e nello spazio. Mentre la sua essenza rimane immutevole, il mondo, che è sua emanazione, si divide e si tortura sotto mille forme nella molteplicità degli esseri. Ma Iside, la sua divina metà, l’Anima universale e la luce interiore che penetra e unisce ogni cosa, non si estingue giammai. Legandosi ad essa, Horus, l’uomo risale alle sue origini e liberamente diventa il verbo di Osiride.

Forse maggiormente il discepolo stupiva allorché il maestro, dopo avergli spiegato il triplice senso gosmogonico, storico e psichico della leggenda, aggiungeva in un linguaggio ieratico che, press’a poco, noi tradurremo così:

– Nessun verbo umano espresse mai la ineffabile verità. Le religioni, i miti, le filosofie e i sacri poemi, sono i pallidi riflessi, i timidi balbettamenti di ciò che un giorno lo spirito liberato vedrà, concepirà e riderà nella plenitudine del suo verbo creatore. Ma la suprema essenza dell’iniziazione è, per l’uomo, di scorgere da quaggiù, nella trinità del suo essere (fisico, intellettuale e spirituale) la legge di gerarchia e l’unità dei tre mondi (naturale, umano e divino) onde aprire con questa chiave gli arcani dell’universo e presentire quelli di Dio. Questo il significato della croce ansata, il simbolo dell’iniziazione e della vita eterna, che Iside ed Osiride reggono e, dopo di essi, tutti gli dei dell’Egitto.

Queste parole suscitavano dapprincipio nella mente del discepolo un mondo di idee confuse, simili a mille rumori del mare ripercossi dalla spiaggia. Ma, a poco a poco, egli afferrava la nota fondamentale, la grande dominante di quelle armonie polifoniche. Quando poi assisteva al dramma d’Iside, solennemente rappresentato dai giovani neofiti e dai pallacidi, in barche fluttuanti sui laghi dei templi, sotto lo splendore delle fiaccole, degli inni e delle sacre orchestre, egli comprendeva meglio il senso e la profondità del mito. Egli aveva visto la morte di Osiride, il dolore di Iside e la resurrezione del Dio. In essi e con essi aveva vissuto per un istante la divina esistenza. Gliene restava in cuore una eterea freschezza, un sentimento ineffabile d’anticipata liberazione.

Invocazione finale

O Iside, anima penetrante dell’universo immenso, tu che già fosti adorata e che regnasti qui sotto la figura di una pura dea, sei morta per sempre? Che cosa sei diventata, tu, la grave, la luminosa, dal misterioso e triste sorriso, ma che consoli, dea dell’iniziazione, amante d’Osiride, portatrice del fiore di loto, di quest’immortale fiore che noi chiamiamo anima? . I tuoi templi sono distrutti , la tua isola è deserta. Gl’ibis si sono involati dalle tue rive. Non tornano più, per salire la bianca scala delle processioni dei tuoi fedeli; non seguono più, per avvicinarsi al santuario, il lungo colonnato, ove venivano accolte dalle sacerdotesse coronate dei rosei e azzurrini fiori del Nilo. E tuttavia, sempre tu attiri gli uni e turbi gli altri. Quando I nostri audaci dotti trassero le mummie delle tue sacerdotesse dalle loro tombe, il funebre gong risuonò nelle campagne, come quattro o cinquemila anni or sono, e le povere Egiziane, che portano sulla loro testa le anfore coricate, vengono spontaneamente ad aggiungersi a questi nuovi funerali e, come le antiche lamentatici, esse seguono la bara fino alla barca preparata per il viaggio.

Perché, o Iside, il solo tuo nome esercita su di noi questo fascino possente?

Perché esso significa, nel sacro linguaggio dei tempi, la Luce duplice e riflessa, Forza-Madre di tutte le forze, regina dei fluidi, mediatrice di tutti I mondi, che consente agli dei di discendere, agli uomini di salire. Mosè, che uscì dai tuoi santuari per creare il popolo del Dio universale, l’arca vivente, Mosè ti velò per I profani, ma nessuno più di lui conobbe la possanza tremenda di te, di te che sai fulminare come sai sorridere. Egli ti chiamò Heve, la Sposa di Dio, e fece di te I tre quarti del nome divino. Altri ti hanno intuita quantunque imperfettamente. Il gran Paracelo, che i nostri pretesi sapienti chiamano un pazzo, ti riconobbe sotto il nome di luce astrale. Mesmer ti carpì un raggio e lo dispensò temerariamente alla folla. Il tuo vero culto più non esiste. Gli uni ti negano, gli altri ti profanano. Ci si vale del tuo nome per i peggiori bisogni. Può forse ciò lederti? I nostri scienziati cominciano a scorgere I bagliori che sfuggono di tra I lembi della tua veste. Un giorno, forse, essi mireranno la tua faccia sublime, cui non ci si approssima se non tremando, con cosciente spirito, ardente volontà e calmo cuore. Col volgere dei tempi il tuo culto rinascerà sotto altri nomi, sotto altre forme. Che lo si voglia o no, bisogna che si ritorni a te. Tutti ti desiderano e ti chiamano, I tuoi nemici e I tuoi bestemmiatori t’invocano senza saperlo. La scienza avrà bisogno di te per spiegare questo universo cui essa misura ogni parte, ma di cui le sfuggono il legame invisibile e la segreta armonia. Noi abbiamo bisogno di te ed ella tua lampada per scorgere tutte le forme e tutte le dimore dell’anima, per far cadere le squame dai suoi occhi, per liberare le sue ali dal suo fasciame di mummia, come la farfalla della sua crisalide.

E di nuovo tu piangi e tu cerchi il tuo Osiride, disseminato nei membri della umana famiglia e nelle nostre grame conoscenze. Ascoltaci e sii a noi favorevole, affinché egli rinasca in noi! Giacché tu sei la custode delle anime e il tuo frutto è l’Amore che nasce nel dolore, ma risuscita nella gioia!

Viste dal porto del vecchio Cairo, quelle di Gizah rassomigliano a tre tende disposte a quinte una l’altra sopravanzatisi. Si attraversa il magnifico ponte di ferro di Kasr-el-Nil e i superbi viali di sicomori di Geziseh; si attraversa l’altro braccio di fiume e ci si inoltra nel grande stradale piantato di acacie che va diritto alla piramide di Cheope. Questa comincia ad ingrandire, nascondendo quasi le sorelle rivali celate dietro di essa. I mercati di fellah, che animano le rive dello stradale, con i loro asini, i loro cumuli di aranci e di canne da zucchero, sono scomparsi. Dal due lati non si vede più se non l’immensa pianura verde e germogliante; terra fertile di alluvione sì vasta e sì uniforme, che fiumi, canali, villaggi e giardini vi si confondono e vi si annegano sotto il dominio della grande linea orizzontale. Ma, innanzi a noi, fra il folto fogliame degli alberi, si leva smisuratamente il museo colossale. Il verde cessa bruscamente e la piramide si erge, sola, libera, imponente, nel cielo chiaro, sul nudo ripiano, cui ascende una strada di bianca sabbia.

La tradizione antica e moderna ha istintivamente fatto della piramide e della sfinge i simboli dell’Egitto. Essi ne sono le armi parlanti nella mischia delle religioni. Oggi che questa civiltà è scomparsa da oltre duemila anni, questi monumenti la rappresentano e la riassumono ancora, agli occhi di tutti, come i segni misteriosi e certi di una ideografia universale. Questi due simboli sono, a dire il vero il punto di partenza e la sintesi primitiva della religione egizia. Aggiungendovi un terzo emblema, l’alato disco del sole, noi avremo stretto in un mazzo le chiavi del sacro Egitto. Quasi a meglio dimostrarci ciò che tali antichissimi ed essenziali simboli rappresentano, la loro trinità grandiosa ci mostra in un gruppo indimenticabile, scolpito a tratti giganteschi, alla soglia del deserto, sul roccioso ripiano di Gizah, appunto là dove si sono trovate le più vetuste iscrizioni dell’antico impero e delle prime dinastie.

Le antiche piramidi della catena libica regnano ancora sul paese e da lungi assillano sia l’abitante che il visitatore, designando la necropoli di Zauyet-el-Aryan, d’Abusir, di Sakkrah e di Dasciur. Dalla polverosa cresta del Mokattam le si scorgono nere, gialle o purpuree, secondo l’ora del giorno, ma immutabili nella loro forma triangolare, sentinelle di pietra che mostrano la strada dell’alto Egitto.

 

Le Piramidi

Ai piedi di questa piramide era stata scavato un tempio nella roccia dove furono depositate le barche di Cheope, le barche della notte. Il faraone defunto, su queste grandi barche di legno, poteva continuare il suo oscuro viaggio verso l’eternità.

Per rispetto del padre, Khafre costruì la sua piramide un po’ più piccola di quella di Cheope anche leggermente inclinata in segno di devozione. In cima alla tomba brilla ancora il rivestimento calcareo levigato, che ricopriva le quattro facciate della piramide aggiungendo splendore alla grandezza.

Micerino : certamente la piramide più modesta, quasi a significare la stanchezza dei costruttori al termine dell’opera.

Tre faraoni regnano qui: Keope, Khafre e Micerino. Non importa che i sarcofagi siano vuoti e le bende sciolte. Keope, Khafre e Micerino regnano sempre qui cinti dalla doppia corona dell’Alto e Basso Egitto. Regnano sulla loro corte sepolta ai loro piedi. Su queste piccole piramidi, dove dormono le regine tanto amate. Sulle tombe dei loro ministri. Su tutta la loro corte addormentata per l’eternità: ciambellani, grandi sacerdoti, scribi, architetti, cortigiane, ognuno di loro ha il proprio posto in questi appartamenti mortuari che si chiamano mastabe .

Tra i monumenti dell’antichità, le piramidi hanno sempre colpito più di ogni altro l’immagine degli uomini. Dalla cima alla base la piramide è l’immagine dei raggi del sole che squarciano le nubi… Essa commemora la più grande di tutte le vittorie: la vittoria sulla morte!

Questo monumento, che riassume il genio e la religione degli antichi Egizi, sembra, di primo acchito, enigmatico. Tuttavia, la sua forma risveglia imminente l’idea dell’Immutabile e dell’Eterno nella sua formidabile astrazione. Non è già l’immagine del Dio vivente, ma la figura geometrica della Legge, il pentaedro dell’assoluto: Il triangolo sovrapposto al quadrato e terminante in punta è (nella tradizione occulta) il segno trinario della vita, sovrapposto al segno quaternario dell’universo e dei suoi quattro elementi. (….) L’ascesa e la discesa della grande piramide sono sufficienti a rompere le ginocchia del viaggiatore, ma questa non è se non la metà del cimento e la meno dura, poiché ora si tratta di penetrare nei fianchi del mostro, fino alla tomba di Cheope. Si sa con quale arte il faraone riuscì a barricare e a celare la sua estrema dimora. Non soltanto l’entrata della tomba era mascherata dalla superficie uniforme del rivestimento, di granito, ma il corridoio discendente era destinato a sviare i futuri profanatori, poiché esso faceva capo ad una falsa camera incompiuta e senza uscita. Il vero corridoio, conducente al centro dell’edificio ed al sarcofago del re, era stato chiuso con un masso di granito incastrato nella volta del corridoio discendente. (…) Un foro nero si apre al diciottesimo gradino della scalinata gigantesca, quarantacinque metri al di sopra del suolo. Esso è protetto da un frontone composto da due enormi quarti di roccia che formano un angolo ottuso. E poiché il corridoio ha soltanto un metro di altezza, non si può entrare se non curvandosi. (…) Si scivola, si cade, si avanza carponi: si rotola infine in una specie di pozzo tenebroso. Non più luce del giorno in questo foro mal richiamato dalla polvere delle povere candele vacillanti in mano a coloro che si avanzano inciampando. Molti visitatori, giunti a questo punto, si perdono d’animo e se ne tornano ansanti, con la testa congestionata, verso l’uscita ove brilla la luce liberatrice. Ma chi vuole raggiungere il cuore della piramide, deve raccogliere ora tutte le sue forze. Bisogna arrampicarsi, torcersi per una specie di spirale onde raggiungere il corridoio ascendente. Quivi si avanza chini, si ricomincia a strisciare nelle tenebre, ognuno col suo lucignolo. Un calore opprimente vi afferra alla gola, aumenta ad ogni passo, vi soffoca. Sembra che la compatta costruzione della piramide vi pesi sul petto e stia per schiacciarvi. Tutto a un tratto, il corridoio s’innalza. Un filo di alluminio acceso rischiara una galleria maestosa, alta otto metri, i cui gradini avanzano in successione. Si respira, e ci si potrebbe credere nell’entrata di un magnifico tempio se in quella china sdrucciolevole fossero tagliati dei gradini: Ma non vi sono se non lievi intaccature distanti un metro una dall’altra e vi si avanza con grande difficoltà, con frequenti cadute, salvo farsi sostenere dai Beduini che si arrampicano come gatti in quel fantastico corridoio. Le pietre son così meravigliosamente connesse senza cemento che, fra esse, un ago non passerebbe e tutte le superfici brillano come specchi. Infine, la strada si appiana, si attraversa il vestibolo e si penetra nel sepolcro reale, lungo dieci metri su cinque di altezza e di larghezza: Esso è interamente nudo. Non una figura, non un’iscrizione sulle pareti. Un sepolcro vuoto e mutilato, senza coperchio. La morte muta. Quel rifugio contro la distruzione diventa così il più eloquente simbolo del nulla di ogni materia e di ogni cosa visibile. Due obliqui spiragli, praticati nello spessore della piramide, aereano la camera funeraria: L’un di essi è esattamente orientato sulla stella polare.

Questa discesa nel buio, quella laboriosa salita adducente ad un vuoto speco, quale compendiosa immagine della vita umana. di questa avanzata dolorosa verso il cuore del mistero, che sembra aver termine alla tomba, nella stanza del nulla!

Questo immenso mausoleo, giustamente considerato dai Greci come una delle meraviglie del mondo, suppone una scienza architettonica di primo grado. ” Nessuno può esaminare l’interno della piramide – dice Fergusson – senza esser colpito di stupore dall’ammirevole abilità meccanica dispiegata nella sua costruzione. Gli immensi massi di granito pervenuti da Assuan, da una distanza di oltre cinquecento miglia, sono tersi come vetro e disposti in guisa che appena possono riconoscersene gli interstizi! Niente di più meraviglioso dello straordinario cumulo di scienza messa in opera nella costruzione delle camere di sostegno, al disopra del soffitto della camera principale, nell’allineamento delle gallerie in pendio, nella saggia disposizione dei corridoi dei vestiboli e nell’accordo di tutte le parti dell’edificio. Esse sono tutte eseguite con tale precisione che, malgrado l’immenso peso dell’insieme, non una pietra si è spostata di un pollice. Giammai da quel giorno nulla di più perfetto fu costruito sotto l’aspetto meccanico”

Questo, per la potenza di esecuzione. Ma ogni forma architettonica esprime un pensiero. Gli Egiziani sono i primi e i più forti simbolisti del mondo. Non hanno mai squadrato una pietra senza chiudervi un’idea. Questo monumento, che riassume il loro genio e la loro religione sembra, di primo acchito, enigmatico. Tuttavia, la sua forma risveglia immantinente l’idea dell’Immutabile e dell’Eterno nella sua formidabile astrazione. Non è più l’immagine del Dio vivente, ma la figura geometrica della Legge, il pentaedro dell’assoluto.

Il triangolo sovrapposto al quadrato e terminante in punta è (nella tradizione occulta) il segno trinario della vita, sovrapposto al segno quaternario dell’universo e dei suoi quattro elementi.

Mediante le quattro facce della piramide, il triangolo si assorbe nella divina unità onde emana. L’immagine dell’assoluto non può essere se non geometrica. Ed ecco forse una delle ragioni misteriose per le quali questo gnomone dell’Idea pura, degno d’ispirare Mosè nella costruzione del nome divino, agisce ancora su di noi con la magia di un segno evocatorio. Fra ogni segno ideografico e l’emozione ch’esso produce, c’è una segreta corrispondenza che riposa sui rapporti delle Forme e delle Idee che sono l’essenza stessa della creazione. »

La Sfinge

 

 

Più di qualsiasi altro dio, la Sfinge ha serbato i segreti della sua origine che, di mano in mano che le ricerche avanzano, indietreggia nella notte dei tempi. Dalla stele ritrovata da Mariette emerge che la Sfinge è anteriore a Cheope e, probabilmente, al primo dei faraoni. In essa dunque ci parla il simbolo più antico dell’Egitto. Il significato che la sua forma ed il suo orientamento esprimono è confermato dai testi lapidari. Essi si chiamano l’ Hu di Horem-Ku , vale a dire il Guardiano del Sol Levante. Essa ne è l’immagine e la testimone.

La sfinge ha dovuto la sua fortuna anche alla strana famiglia che diede alla luce. È lei che protegge l’Arca d’Israele sotto la figura dei Cherubini. In Assiria le spuntano ali colossali. Brilla “come metallo ch’esca dal fuoco” nei quattro animali della visione di Ezechiele, che si muovono sotto la gloria dell’Eterno e che rappresentano i quattro ordini di spiriti che fanno volgere la ruota dei mondi. Varca i mari ed approda in Grecia alle porte di Tebe, nella leggenda di Edipo. Finalmente diventa la Sfinge. I seni provocanti le si arrotondano, ergendo sulla neve delle carni molli i frutti rossi e saporiti, mentre gli artigli dilaniano la carne umana e gli occhi mutilano di tutti i sogni e di tutte le curiosità: immagine dell’Eterno-Femmineo nella sua duplicità infernale e celeste. Ma pur sempre si manifesta in essa la torbida unione della sacra animalità e del divino pensiero. La sua antica e virile sublimità intellettuale non si rivela che al ripiano di Gizak, ove dimora nella sua vetustà immemoriale.

Se gli uomini edificheranno un tempio alla Scienza ed alla Religione, sulla sua soglia l’architetto dovrà porre la maschia Sfinge.

Dopo questa vibrante rappresentazione proviamo a restare immobile davanti a lei, a chiudere gli occhi, chiedendole chi realmente sia.

Questa sarà la sua risposta:

Ad ogni nuova alba vedo sorgere il Dio Sole sull’altra riva del Nilo.

Il suo primo raggio è per il mio viso rivolto verso di lui. Da 5000 anni ho visto le albe di tutti i soli rimasti nella memoria degli uomini.

Ho visto i primi chiarori della storia d’Egitto e vedrò domani infuocarsi ancora l’Oriente per un nuovo giorno. Sono testimone di ciò che ha voluto Cheope, mio padre: sfidare il tempo per l’eternità. Ho visto passare Antonio e Cleopatra.

Alessandro, Cesare e Bonaparte si sono fermati ai miei piedi. Ho visto volteggiare come foglie morte tutti i sogni dei conquistatori. Ho scelto come motto un proverbio arabo che dice:

L’UNIVERSO TEME IL TEMPO, MA IL TEMPO TEME LE PIRAMIDI

Ho visto Alessandro il Grande, bello come un barbaro, pensoso come un profeta. Dorme da qualche parte in questa terra in attesa della sua resurrezione.

Ho visto Cesare una sera, temeva il sole. Cleopatra, la nostra ultima regina, aveva avuto un figlio da lui.

Invano, perché Cesarione, Faraone beffato, morì senza avere mai regnato.

Ho visto Bonaparte e i suoi lunghi capelli.

I secoli sono passati su di me.

E questi grandi comandanti hanno sollevato solo un po’ di sabbia.

Ho conosciuto ore crudeli. Un emiro irascibile nel Medio Evo, trovando il mio sorriso pagano e vagamente beffardo, mi fece sfigurare a colpi di cannone.

Allora i bambini mi trovavano brutta: facevo loro paura.

Nessuno veniva più a pregare ai miei piedi. Nessuno mi ascoltava più.

Le chiavi dell’Antico Egitto erano perse.

La sabbia quasi mi seppellì.

Tutta la nostra scienza, tutta la nostra anima arrotolata dentro a migliaia di papiri dormiva incomprensibile in fondo alle tombe mute!

Ecco il mio messaggio dal fondo dei secoli.

Le voci dell’Antico Egitto.

Domani, ancora una volta, il sole sorgendo mi rivolgere la sua prima carezza.

Migliaia di soli sorgeranno ancora.

E la nostra testimonianza, la più antica della storia, resterà la più alta, la più pura!

Perché nel corso dei tempi si possono distruggere solo le opere dell’uomo!

Ma lo spirito che ha concepito questi monumenti è imperituro!

Riaprite gli occhi e vedrete che, al termine di queste parole, il Dio Sole lancerà, dietro di lei, il suo ultimo raggio.

 

« V errà un tempo in cui parrà che gli egiziani abbiano inutilmente conservato il culto degli dei con animo pio e scrupolosa religione; ogni loro devozione, dimostratasi vana, verrà delusa. La divinità risalirà dalla terra al cielo; l’Egitto sarà abbandonato da lei e la terra che fu sede delle dottrine sacre, rimarrà vuota e priva della presenza degli dei.

Infatti occuperanno questa regione, questa terra, gli stranieri; e non soltanto non si rispetteranno più le dottrine, ma sorte ancora più dura, in nome della legge si impedirà la pratica della religione, del culto divino, della fede. Allora questa santissima terra, sede di templi e santuari, sarà tutta piena di morti e di tombe.

Nessuno più alzerà gli occhi verso il cielo; l’uomo religioso sarà considerato pazzo, l’Irreligioso un saggio, il furibondo un energico, lo scellerato un uomo per bene; ci sarà un divorzio fra gli dei e gli uomini. 0 Egitto! Egitto! Delle tue dottrine sopravvivranno soltanto alcune favole, alle quali i posteri non crederanno più e rimarranno soltanto alcune parole incise sulla pietra a rammentare la tua religiosità.»

Ermete Trismegisto