Orfeo

(I Misteri Dionisiaci)

Come s’agitano nell’immenso universo, come turbinano

e si cercano queste anime innumerevoli,

che sgorgano dalla grande anima del mondo!

Esse cadono di pianeta in pianeta, e piangono nell’abisso

La patria dimenticata . Sono le tue lacrime,

o Dionysios .

Oh grande spirito, divino liberatore, riprendi le

Tue figlie nel suo seno di luce!

Frammento Orfico

•  Euridice! O luce divina! – mormorò Orfeo morendo.

•  Euridice! – gemerono infrangendosi le corde della sua lira.

E la sua tersta, trasportata per sempre nel fiume dei tempi, grida ancora: Euridice! Euridice!

Leggenda d’Orfeo

La Grecia Preistorica – Le Baccanti

Apparizione di Orfeo

 

 

Nei santuari d’Apollo, che possedevano la tradizione orfica , quando presso la fonte di Castalia rifiorivano gli olenti e i narcisi, si celebrava una festa misteriosa all’equinozio di primavera. Vibravano allora spontaneamente i tripodi e le lire del tempio, e l’invisibile dio si diceva tornasse dal paese iperboreo su di un carro tirato da cigni. E la gran sacerdotessa, vestita da musa coronata di lauro, cinta la fronte di sacre bende, cantava in cospetto dei soli iniziati la nascita di Orfeo, figliuolo di Apollo e di una sua sacerdotessa. Invocava l’anima di Orfeo, padre dei mistici, melodioso salvatore degli uomini; Orfeo sovrano, tre volte coronato, negli inferi, sulla terra e nel cielo, Orfeo che incede fra gli astri e gli dèi con la stella fulgente sul capo.

Il mistico canto della sacerdotessa di Delfo alludeva ad uno fra i numerosi segreti conservati dai sacerdoti di Apollo ed ignorati dalla folla, poiché Orfeo fu il genio animatore della Grecia sacra, colui che ne risvegliò l’anima divina. La sua lira a sette corde abbraccia l’universo, poiché ciascuna di esse risponde a un modo dell’anima umana e contiene la legge di una scienza e di un’arte. Noi smarrimmo la chiave della sua perfetta armonia, ma i diversi motivi non hanno cessato di vibrare nelle nostre orecchie, e l’impulso teurgico e dionisiaco, che Orfeo seppe comunicare alla Grecia, si trasmise da questa a tutta l’Europa.

Il nostro tempo non crede ormai più alla bellezza della vita; ma se pur serba un profondo ricordo, una segreta invincibile speranza, deve ciò al sublime ispirato. Salutiamo in lui il grande iniziatore della Grecia, il progenitore della Poesia e della Musica, intese quali rivelatrici dell’eterna verità.

Ma prima di ricostituire, dal fondo stesso della tradizione dei santuari, la tradizione di Orfeo, diciamo qual fosse la Grecia al suo primo apparire.

Erano i tempi di Mosè, cinque secoli prima di Omero, tredici prima di Cristo.

L’India s’immergeva nel suo Kali Yoga, era di tenebre, e conservava soltanto l’ombra del suo antico splendore; l’Assiria, che con la tirannia di Babilonia aveva scatenato sul mondo il flagello dell’anarchia, continuava a calpestare l’Asia; l’Egitto, grandissimo per la scienza dei suoi sacerdoti e faraoni, resisteva energicamente a questa universale decomposizione, ma l’opera sua si arrestava all’Eufrate e al Mediterraneo; Israele, nel deserto, rivelava con la tonante voce di Mosè il principio del Dio maschio e della divina unità, ma la sua eco non era ancora giunta alla terra. La Grecia era profondamente divisa dalla religione e dalla politica.

La montuosa penisola che distende sul Mediterraneo i fini frastagliamenti delle sue coste, cui fanno corona ghirlande di isole verdi, da migliaia di anni albergava una parte della razza bianca, prossima ai goti, agli sciti ed ai primitivi celti, e caratterizzata dal miscuglio e dagli impulsi di tutte le civiltà anteriori, che avevano influito su di lei, poiché dall’India, dall’Egitto e dalla Fenicia eran venute colonie a stanziarsi sulle sue rive, popolando i suoi promontori e le sue valli di razze, che avevano costumi e divinità molteplici. Sotto il colosso di Rodi, eretto sui due moli del porto, passavano flotte e si spiegavano al sole innumerevoli vele. Il mare delle Cicladi, ove nei giorni sereni il navigante vede sempre isole e vele profilarsi sul chiaro orizzonte, era solcato dalle rosse prue dei fenici e da quelle nere dei pirati di Lidia. Ed essi recavano nelle loro navi capaci tutte le ricchezze dell’Asia e dell’Africa: avorio, stoviglie dipinte, stoffe di Siria, vasellami d’oro, porpore e pelli, spesso donne rapite su una costa selvaggia.

Da questo incrocio di razze era nato un idioma armonioso e facile, misto di celto primitivo, zendo, sanscrito e fenicio; lingua che nel nome Poseidon dipingeva la maestà dell’oceano, e in quello di Uranos la serenità del cielo, imitando tutte le voci della natura, dal gorgheggio degli uccelli al cozzo delle spade e al fracasso delle tempeste. Essa era già multicolore come il proprio mare dal turchino intenso, dai mutevoli azzurri riflessi, multisonante come le onde, che mormorano nei suoi golfi o muggiscono sui suoi innumerevoli scogli – polupblosboio thalassa, come dice Omero. Spesso con questi mercanti o pirati si trovavano dei preti, che li dirigevano o li comandavano. Essi custodivano gelosamente nella loro barca una immagine di legno di una qualsiasi divinità. Indubbiamente tale immagine era grossolanamente scolpita e i marinai del tempo avevano per essa l’identico scetticismo, che molti dei nostri marinai hanno oggi per la loro madonna. Ma quei sacerdoti eran anche in possesso di talune scienze, e la divinità, che recavano dal loro tempio in paese straniero, rappresentava per essi una concezione della natura, un insieme di leggi, una organizzazione civile e religiosa, poiché in quei tempi tutta la vita intellettuale discendeva dai santuari. Si adorava Giunone ad Argo, Artemis in Arcadia; a Pafo, a Corinto l’ Astarte fenicia era diventata l’ Afrodite nata dalla schiuma del mare. Molti iniziatori erano apparsi in Attica, e una colonia egiziana aveva introdotto in Eleusi il culto di Iside sotto forma di Demeter ( Cerere ), madre degli dèi. Eretteo aveva stabilito, fra il monte Imetto e il Pentelico, il culto di una vergine dea, figlia del cielo azzurro, amica dell’olivo e della saggezza, attorno alla quale, durante le invasioni si raccoglievano al primo segnale d’allarme, come attorno ad una vivente vittoria, la popolazione che sull’Acropoli cercava rifugio.

Alcuni dèi maschili e cosmogonici regnavano sopra le divinità locali. Ma poca influenza esercitavano essi, relegati com’erano sulle alte montagne ed eclissati dal brillante corteo delle divinità femminili. Già esisteva il dio solare, l’ Apollo delfico , ma aveva ancora una funzione appena appariscente. A piè delle vette nevose dell’Ida, sulle altitudini dell’Arcadia e sotto le querce di Dodona, v’erano sacerdoti di Zeus l’altissimo, ma il popolo preferiva al dio misterioso ed universale le deità che rappresentavano la natura nelle sue potenze o seducenti o terribili. I fiumi sotterranei dell’Arcadia, le caverne delle montagne, che discendono fino alle viscere della terra, le eruzioni vulcaniche nelle isole del mar Egeo, avevano condotto i greci al culto delle forze misteriose della terra, e così, nelle sue altezze come nelle sue profondità, la natura era temuta e venerata. Pertanto, poiché queste divinità non avevano centro sociale né sintesi religiosa, si muovevano reciprocamente guerra accanita; e i templi nemici, le città rivali, i popoli divisi dal rito, dall’ambizione dei sacerdoti e da quella dei re, si odiavano, si ingelosivano e si combattevano in sanguinose lotte.

Ma dietro alla Grecia v’era la selvaggia e rude Tracia. Verso il nord catene di montagne, coperte di querce giganti e coronate di rocce, si seguivano in lunghe giogaie o si volgevano in cerchi maestosi, ove s’intrecciavano in masse ricche di nodi. I venti nordici sferzavano i loro fianchi chiomati, e spesso un cielo tempestoso spazzava le loro cime. Pastori delle valli e guerrieri dei piani appartenevano a questa forte razza bianca, alla grande riserva dei dori di Grecia, razza virile per eccellenza, che si distingue nella bellezza per accentuazione dei tratti e decisione del carattere, e nella bruttezza per lo spaventevole e il grandioso delle Meduse e delle antiche Gorgoni.

Come tutti gli antichi popoli, che riceverono la loro organizzazione dai misteri, come l’Egitto, Israele e l’Etruria, così anche la Grecia ebbe la sua sacra geografia, ed ogni contrada divenne il simbolo di una regione puramente intellettuale e superterrestre dello spirito. Perché fu sempre la Tracía considerata dai greci come paese santo per eccellenza, paese di luce e vera patria delle Muse? Perché quelle alte montagne reggevano i più antichi santuari di Kronos , Zeus e di Urano . Di là erano scese, in ritmi eumolpici, la Poesia , le Leggi e le Arti sacre, come ne fanno fede i poeti favolosi della Tracia. I nomi di Tamiri, Lino ed Amfione rispondono forse a personaggi reali, ma personificano anzitutto, secondo il linguaggio dei templi, tanti generi di poesia, e ciascuno di essi consacra la vittoria di una teologia su di un’altra. Nei tempi d’allora la storia si scriveva soltanto allegoricamente, nulla essendo l’individuo, tutto la dottrina e l’opera. Tamiri, che cantò la erra dei Titani e fu accecato dalle Muse, annunzia la disfatta della poesia cosmogonica ad opera di un nuovo stile; Lino, che introdusse in Grecia i melanconici canti dell’Asia e fu ucciso da Ercole, tradisce l’invasione in Tracia di una poesia emozionale, piangente e voluttuosa, che respinse lo spirito virile dei dori del Nord; ma contemporaneamente significa anche la vittoria di un culto lunare sopra un culto solare. Amfione invece, colui che, secondo la leggenda allegorica, muoveva coi suoi canti le pietre e costruiva i templi col magico tocco della sua lira, rappresenta l’ispirazione plastica, che esercitarono sulle arti e su tutta la civiltà ellenica la dottrina solare e la poesia dorica ortodossa .

Ma di ben altra luce risplende Orfeo! Egli brilla attraverso le epoche col raggio personale di un genio creatore, la cui anima vibrava d’amore per l’Eterno Femminile nelle sue maschie profondità; e nelle sue ultime profondità gli rispose quell’Eterno Femminile, che sotto triplice forma vive e palpita nella natura nell’umanità e nel cielo. L’adorazione dei santuari, la tradizione degli iniziati, il grido dei poeti, la voce dei filosofi e, più, di tutto, l’opera sua, la Grecia organica, testimoniano la sua vivente realtà.

In quei tempi la Tracia era in preda ad una lotta profonda, accanita. I culti solari e i culti lunari si disputavano la supremazia. Questa guerra fra gli adoratori del sole e quelli della luna non era futile disputa di due superstizioni, come si potrebbe credere, poiché i due culti rappresentavano due teologie, due cosmogonie, due religioni e due organizzazioni sociali assolutamente opposte. I culti uranici e solari avevano i loro templi sulle alture e sulle montagne, sacerdoti maschi, leggi severe. Quelli lunari regnavano nelle foreste e nelle valli profonde; avevano donne per sacerdoti, riti voluttuosi, pratica sregolata delle arti occulte, gusto di eccitazione orgiastica. La guerra fra i sacerdoti del sole e le sacerdotesse della luna era guerra a morte, lotta di sessi, lotta antica, inevitabile, aperta o celata ma eterna, fra il principio maschile e quello femminile, fra l’uomo e la donna; lotta che con le sue alternative occupa tutta la storia, perché vi agisce il segreto dei mondi. Allo stesso modo che la fusione perfetta del maschile e del femminile costituisce l’essenza stessa e il mistero delle divinità, così soltanto l’equilibrio di questi due princìpi può produrre le grandi civiltà.

Ovunque, in Tracia come in Grecia, gli dèi maschili, cosmogonici, e solari, erano stati relegati sulle alte montagne e nei paesi deserti, poiché il popolo preferiva ad essi l’inquietante corteo delle divinità femminee, che evocavano pericolose passioni e forze cieche della natura. Questi culti attribuivano alla divinità suprema il sesso femminile.

Da ciò cominciarono a risultare spaventevoli abusi. Le sacerdotesse della luna o della triplice Ecate avevano in Tracia fatto atto di supremazia appropriandosi il vecchio culto di Bacco , al quale diedero un carattere sanguinario e terribile, e in segno della loro vittoria avevano preso il nome di baccanti, quasi ad affermare il loro dominio, il regno sovrano della donna, la sua dominazione sull’uomo.

A volta a volta maghe, seduttrici e sanguinose sacrificatrici di vittime umane, esse avevano i loro santuari in vallate selvagge e remote. Ma qual fosco incanto, quale ardente curiosità attirava uomini e donne in quelle solitudini lussureggianti di grandiosa vegetazione? Forme nude, danze lascive nel fondo d’un bosco, … poi risa, un formidabile grido, e cento baccanti si gettavano sullo straniero per atterrarlo; ed egli doveva giurare obbedienza ad esse, sottomissione ai riti loro, o morire. Le baccanti addomesticavano pantere e leoni per farli comparire nelle loro feste; e di notte, con le braccia avvinte da serpenti, si prosternavano davanti alla triplice Ecate, e poi, in ronde frenetiche, evocavano Bacco sotterraneo, dal duplice sesso e dalla faccia di toro .

Ma sventura allo straniero, sventura al sacerdote di Giove o di ApoIlo che fosse venuto a spiarle. Lo avrebbero fatto a pezzi.

Molti capi traci restarono fedeli ai vecchi culti virili, ma le baccanti, che furono da principio le druidesse della Grecia, si erano insinuate fino a taluno dei loro re, che univano barbari costumi ai lussi ed ai raffinamenti dell’Asia; e li avevano sedotti con la voluttà e domati col terrore. Così gli dèi avevano diviso la Tracia in due campi nemici. E i sacerdoti di Giove e di Apollo , relegati sulle deserte cime percosse dalla folgore, divenivano impotenti contro Ecate, che guadagnava a sé le ardenti valli, e che dalle sue profondità cominciava a minacciare gli altari dei figli della luce.

In tale epoca era apparso in Tracia un giovane di razza regale e di seduzione meravigliosa. Lo si diceva figlio di una sacerdotessa di Apollo : aveva uno strano incanto nella voce melodiosa, parlava degli dèi con ritmo nuovo e sembrava ispirato. La sua bionda chioma, orgoglio dei doridi, cadeva in onde dorate sulle spalle, e la musica che emanava dalle sue labbra dava un contorno soave e triste agli angoli della sua bocca. Forza, dolcezza e magia irradiavano dagli occhi intensamente azzurri; e i traci selvaggi fuggivano quello sguardo, ma le donne versate nell’arte degli incanti dicevano che quegli occhi confondevano nella loro azzurra malìa i dardi del sole con le carezze della luna, e perfino le baccanti, incuriosite dalla sua beltà, si aggiravano spesso intorno a lui come pantere innamorate, fiere del loro mantello picchiettato, e sorridevano alle sue incomprensibili parole.

Improvvisamente questo giovane, che era chiamato figlio di Apollo, era scomparso. Lo si diceva morto e disceso agli inferi, ma invece si era segretamente celato in Samotracia e poi in Egitto, dove aveva doma dato asilo ai sacerdoti di Menfi. Avendo superato le prove di tutti i loro misteri, dopo venti anni era tornato in patria sotto un nome di íniziazione, conquistato passando attraverso le prove e ricevuto dai suoi maestri come un segno della sua missione. Si chiamava adesso Orfeo o Arfa, che vuol dire: colui che guarisce mediante la luce.

Il più antico santuario di Giove si erigeva allora sul monte Kaukaiòn. Già un tempo i suoi ierofanti erano stati grandi pontefici e dalla vetta di quella montagna, al sicuro dai colpi di mano, avevano regnato su tutta la Tracia. Ma dacché le divinità delle valli avevano preso il sopravvento, i loro aderenti erano ridotti a pochi e il tempio era quasi abbandonato. I sacerdoti del monte Kaukaiòn accolsero l’iniziato d’Egitto come un salvatore. Infatti Orfeo trasse a sé, con la scienza e l’entusiasmo suo, la grande maggioranza dei traci, trasformò completamente il culto di Bacco , dominò le baccanti, e rapidamente la sua influenza penetrò in tutti i santuari della Grecia. Egli consacrò la sovranità di Zeus in Tracia e quella di Apollo a Delfo, ove gettò le basi del tribunale delle Anfizionie, che divenne poi l’unità sociále della Grecia. Infme, creando i misteri, formò l’anima religiosa della sua patria, poiché all’apice dell’iniziazione fuse in unico pensiero universale la religione di Zeus con quella di Dioniso.

Gli iniziati ricevevano dai suoi insegnamenti le verità sublimi, e questa luce discendeva poi fino al popolo, ma più temperata, non però meno benefica, sotto il velo delle poesie e delle feste incantatrici.

Così Orfeo divenne pontefice di Tracia, gran sacerdote di Zeus olimpico e, per gli iniziati, il rivelatore del Dioniso celeste.

Il Tempio di Giove

Presso le fonti dell’Erebo, cinto da spesse foreste di querce, coronato da rocce e da pietre ciclopiche, sorge il monte Kaukaiòn. Da migliaia di anni questo luogo è una montagna santa. Pelasgi, celti, sciti e geti, cacciandosi l’un l’altro, vennero ciascuno a sua volta ad adorarvi i loro diversi dei. Ma l’uomo non cerca forse sempre uno stesso Dio quando si leva tanto in alto? Se ciò non fosse, perché gli erigerebbe tanto faticosamente una dimora nella regione della folgore e dei venti?

Un tempio di Giove si erge ora nel centro della città sacra. All’entrata, un peristilio di quattro colonne doriche distacca gli enormi suoi fusti dal portico cupo.

Allo zenit il cielo è sereno, ma l’uragano brontola ancora sulle montagne di Tracia, che da lungi svolgono le loro valli e le loro cime, nero oceano convulso di tempesta e solcato di luce.

È l’ora del sacrificio, l’unico, perché quei sacerdoti non fanno altro sacrificio che quello del fuoco. Essi discendono i gradini del tempio e accendono l’offerta di arbusti aromatici con una torcia del santuario. Vestito di bianchi lini come tutti gli altri, coronato di mirto e di cipresso, esce infine dal tempio il pontefice, recando uno scettro d’ebano con testa d’avorio e una cintura d’oro, dalla quale alcuni cristalli gettano foschi bagliori, simboli di una misteriosa sovranità. È Orfeo.

Egli conduce per mano un discepolo, figlio di Delfo, che pallido, tremante e rapito, attende le parole del grande ispirato col fremito dei misteri. Orfeo vede il suo turbamento e, per assicurare l’eletto del suo cuore, gli circonda dolcemente le spalle col braccio. Gli occhi suoi sorridono, ma improvvisamente lampeggiano, e mentre i sacerdoti girano intorno all’altare e cantano l’inno del fuoco, Orfeo solennemente pronunzia le parole di iniziazione che cadono come ambrosia divina nel cuore del candidato.

Ecco le sue parole.

– «Raccogliti in fondo a te stesso per elevarti al Principio delle cose, alla Triade grande, che sfavilla nell’etere immacolato. Consuma il tuo corpo col fuoco del tuo pensiero; distaccati dalla materia, come la fiamma dal ceppo che essa divora, e così lo spirito tuo si slancerà nell’etere puro delle cause eterne, come l’aquila verso il trono di Giove.

– «Io ti rivelo il segreto dei mondi, l’anima della natura, l’essenza di Dio, ma odi anzitutto il grande arcano. Un solo essere regna nel cielo profondo e nell’abisso della terra: Zeus tonante, Zeus etereo. Egli è il consiglio profondo, l’odio possente, l’amore delizioso; egli regna nella profondità della terra e nell’altezza del cielo stellato: soffio delle cose, indomito fuoco, maschio e femmina, Re, Potere, Dio, Gran Maestro.

– «Giove è lo Sposo e la Sposa divina, Uomo e Donna, Padre e Madre; dal sacro matrimonio, dalle eterne nozze, incessantemente escono il fuoco e l’acqua, la terra e l’etere, la notte e il giorno, i fieri Titani, gli dèi immutabili e la fluttuante semenza degli uomini.

– «Gli amori dei Cielo e della Terra non sono conosciuti dai profani, e i misteri dello Sposo e della Sposa non sono svelati che agli uomini divini. Ma io voglio dichiararti ciò che è vero. Ora il tuono scuoteva queste rocce, la folgore vi cadeva come fuoco vivente e fiamma roteante, e gli echi delle montagne ne muggivano di gioia; ma tu tremavi, perché non sai donde venga questo fuoco né dove colpisca. È il fuoco virile, la semenza di Zeus, il fuoco creatore. Egli esce dal cuore e dal cervello di Giove e si agita in tutti gli esseri. Quando cade la folgore, scaturisce dalla sua destra; ma noi sacerdoti di lui, conosciamo la sua essenza, evitiamo e talvolta dirigiamo i suoi colpi.

– «Ed ora guarda il firmamento. Guarda questo cerchio brillante di costellazioni, sul quale è gettata la leggera sciarpa della Via Lattea, polvere di soli e di mondi. Vedi fiammeggiare Orione, scintillare i Gemelli e risplendere la Lira. È il corpo della Sposa divina, che si svolge in armoniosa vertigine sotto i canti dello Sposo. Guarda con gli occhi dello spirito: vedrai la sua testa rovesciata, le sue braccia distese, e solleverai il suo velo cosparso di stelle.

– «Giove è lo Sposo e la Sposa divina. Ecco il primo mistero.

– «Ma ora, figlio di Delfo, preparati alla seconda iniziazione. Fremi, piangi, gioisci, adora! perché il tuo spirito va ad immergersi nella zona ardente, ove il grande Demiurgo fa miscela dell’anima e del mondo nella coppa della vita. Libando a questa coppa inebriante, tutti gli esseri oblíano il divino soggiorno e discendono nell’abisso doloroso delle generazioni.

– «Zeus è il grande Demiurgo, Dioniso è suo figlio. Verbo suo manifestato, spirito radioso, intelligenza viva, sfolgorante nelle dimore del padre, nel palazzo dell’etere immutabile. Chinato sugli abissi del cielo, egli ne contemplava un giorno le profondità attraverso ‘le costellazioni, e vide riflessa nell’azzurro immenso la sua propria immagine, che gli tendeva le braccia. Ebbe vaghezza di quel bel fantasma, fu innamorato di quel suo secondo aspetto e si precipitò per afferrarlo. Ma l’immagine fuggiva, sempre più attirandolo nel fondo dell’abisso, finché egli si trovò in una valle ombrosa e profumata e sentì di godere le voluttuose brezze, che carezzavano il corpo suo. In una grotta scorse Persefone. Maia, la bella tessitrice, tesseva un velo, ove si vedevano ondeggiare le immagini di tutti gli esseri, ed egli, muto, rapito, si arrestò dinanzi alla vergine divina; ma i fieri Titani, le libere Titanidi lo scorsero. Gelosi i primi della sua beltà, invase da folle amore le altre, si precipitarono su lui come i furiosi elementi per dilaniarne il corpo. Poi se ne distribuirono le tronche membra per farle bollire nell’acqua e ne seppellirono il cuore.

– « Ma Giove fulminò i Titani, e Minerva ricondusse nell’etere il cuore di Dioniso, che divenne un ardente sole. Dal fumo del corpo di lui sono uscite le anime degli uomini, che risalgono al cielo, e quando le pallide ombre avranno raggiunto il fiammeggiante cuore del dio, divamperanno come fiamma, e Dioniso intero, più vivente che mai, risorgerà nell’altezza dell’Empireo.

– «Questo è il mistero della morte di Dioniso: ascolta ora quello della sua risurrezione. Gli uomini sono carne e sangue di lui: gl’infelici sono le sue sparse membra, che si vanno cercando contorcendosi nel delitto e nell’odio, nel dolore e nell’amore, attraverso migliaia di esistenze; e il calore igneo della terra, l’abisso delle forze inferiori li attrae sempre più addentro nel gorgo, li dilania sempre maggiormente. Ma noi, iniziati, noi che sappiamo ciò che è in alto e ciò che è in basso, noi siamo i salvatori delle anime, gli Hermes degli uomini. E simili a calamite li attiriamo a noi, attratti noi stessi dagli dèi. Così, mediante celesti magie, noi ricostituiamo il corpo vivente della divinità; facciamo piangere il cielo e giubilare la terra, e rechiamo nel cuore, preziosi gioielli, le lagrime degli esseri tutti per mutarle in sorrisi. In noi muore, in noi rinasce Iddio.».

Così disse Orfeo. E il discepolo di Delfo si prostrò dinanzi al maestro, con le braccia levate in atto supplichevole. E il pontefice di Giove protese sul capo di lui le mani per consacrarlo, con queste parole:

– «Che l’ineffabile Zeus e Dioniso tre volte rivelatore, negli inferi, sulla terra e nel cielo, sia propizio alla tua giovinezza e ti versi nel cuore la scienza degli dèi.».

Allora l’iniziato, lasciando il peristilio del tempio, andò a gettare storace nel fuoco dell’altare, invocando tre volte Zeus tonante; e i sacerdoti girarono in circolo intorno a lui cantando un inno. Il pontefice-re era rimasto pensoso sotto un portico, col braccio appoggiato ad una stele. A lui ritornò il discepolo, che disse:

«Melodioso Orfeo, figlio amato degli immortali e dolce curatore delle anime, dal giorno in cui ti ho inteso cantare gli inni degli dèi alla festa di Apollo deifico, mi rapisti il cuore e ti ho seguito ovunque. Simili a vino che inebria sono i tuoi canti, e i tuoi insegnamenti sono amara bevanda, che solleva il corpo affranto e diffonde nuova forza nelle membra. – Aspro è il cammino, che di quaggiù conduce agli dèi – disse Orfeo, quasi rispondendo a voci interiori più che al discepolo suo. – Un sentiero fiorito, un ripido pendio e poi rocce colpite dal fulmine nello spazio immenso circostante, ecco sulla terra il destino del veggente e del profeta.

«Figlio mio, rimani nei sentieri fioriti del piano né altro cercare.

«La mia sete aumenta a misura che tu mi disseti disse il giovine iniziato. – Tu mi hai edotto sull’essenza degli dèi, ma dimmi, gran maestro dei misteri, ispirato da Eros divino, potrò io vederli mai?

«Con gli occhi dello spirito, non con quelli dei corpo rispose il pontefice di Giove; – ma tu non sai vedere ancora con questi, e lungo lavoro o grandi dolori occorrono per aprire gli occhi dell’interno.

«Tu solo sai aprirli, Orfeo! Che posso temere con te? – Lo vuoi? Ascoltami! In Tessaglia, nella valle incantata di Tempe, sorge un mistico tempio, che è chiuso ai profani. Ivi Dioniso si mostra, ed io ti condurrà fra un anno alla sua festa, ed immergendoti in un sonno magico aprirò gli occhi tuoi sul mondo divino. Ma la tua vita si mantenga casta e bianca l’anima tua fino a quel giorno, poiché la luce degli dèi spaventa i deboli ed uccide i profanatori. Vieni meco. Ti darò il libro occorrente per la tua preparazione.».

Il maestro rientrò col discepolo delfico nell’interno del tempio e lo condusse nella sua grande cella. Ivi ardeva perennemente una lampada egiziana, sorretta da un genio alato in metallo battuto; ivi erano racchiusi in forzieri di cedro odoroso numerosi rotoli di papiri, coperti di geroglifici egizi e di caratteri fenici, come pure libri scritti in greco da Orfeo e racchiudenti la sua magica scienza e la sua segreta dottrina .

Il maestro e il discepolo rimasero parte della notte dentro la cella.

Festa Dionisiaca Nella Valle di Tempe

In Tessaglia, nella fresca valle di Tempe , la notte santa, consacrata da Orfeo ai misteri di Dioniso, era venuta. Condotto da un servo del tempio, il discepolo di Delfo avanzava in una gola stretta e profonda fiancheggiata da rocce a picco. Nella notte cupa si udiva soltanto il mormorio del fiume scorrente fra le sue verdi rive; poi dietro una montagna si mostrò la luna piena. Il suo giallo disco s’alzò dalle nere chiome delle rocce, e la sua luce sottile e magnetica scorse giù nelle profondità, si che ad un tratto l’incantevole valle apparve in una chiarezza elisia. E improvvisamente si svelò tutta intera coi suoi sfondi erbosi, i suoi boschetti di frassini e di pioppi, le sue sorgenti cristalline, le sue grotte velate di edere cadenti ed il suo fiume sinuoso allacciante isole di alberi o aggirantesi sotto le pergole intrecciate. Un vapore biondo, un sonno voluttuoso avvolgeva le piante, e pareva che sospiri di ninfe facessero palpitare lo specchio delle sorgenti e vaghi suoni di flauti si levassero dagli immobili canneti. Su tutto si stendeva il silenzioso incanto di Diana.

Il discepolo di Delfo avanzava come in un sogno, arrestandosi talvolta per respirare un delizioso odore di caprifoglio o di lauro amaro. Ma la magica chiarezza non durò che un istante, la luna si coprì d’una nube e tutto ridivenne nero. Le rocce ripresero forme minacciose e luci erranti brillarono per ogni dove sotto lo spesso fogliame degli alberi, sulle rive del fiume e nelle profondità della valle.

Sono i Mysti che si mettono in via – disse la guida anziana del tempio; – ciascuno ha la sua guida porta-face. Noi li seguiremo.».

I viaggiatori incontrarono cori, che uscivano dai boschi per mettersi in via. Prima passarono i mysti del giovane Bacco , adolescenti vestiti con lunghe tuniche di purissimi lini e coronati di edera e recanti coppe di legno cesellato, simboli della coppa della vita. Poi giovani virili e vigorosi, detti mysti di Ercole lottatore : tuniche corte, gambe nude, pelli di leone a traverso le spalle e le reni, corone di olivo sul capo. Poi gli ispirati, i mysti di Bacco dilaniato , con la pelle zebrata della pantera attorno al corpo, bande di porpora nei capelli, il tirso nelle mani.

Passando presso una caverna, videro prosternati a terra i mysti di Aidoné e di Eros sotterranei , uomini che piangevano parenti ed amici defunti. Essi sommessamente cantavano:

« Aidoné! Aidoné! rendi a noi ciò che ci togliesti, o fa discendere noi nel tuo regno».

Il vento s’insinuava nella caverna e sembrava protrarsi sotterra con risa e singhiozzi funebri. Improvvisamente un mysto si volse al discepolo di Delfo e gli disse:

« Tu hai varcato la soglia di Aidoné e non vedrai più la luce dei viventi ».

Un altro lo rasentò passando e dicendogli:

« Ombra, tu sarai preda dell’ombra; tu che vieni dalla notte, torna nell’Erebo! ».

E fuggì ratto. Il discepolo di Delfo si sentì agghiacciar di spavento e mormorò alla sua guida:

– « Che vuol dire ciò? ».

Il servo del tempio parve nulla avere udito e disse soltanto:

– « Occorre passare il ponte. Nessuno evita il capo».

E attraversarono un ponte di legno gettato sul Peneo.

– «Donde vengono queste voci di pianto e queste lamentevoli melopee? Chi sono quelle bianche ombre, che vanno in lunghe file sotto i densi pioppi?

– « Sono donne che vanno ad iniziarsi ai misteri di Dioniso.

– «Ne conosci tu i nomi?

– «Qui nessuno sa il nome di chicchessia e ciascuno dimentica il proprio, poiché come all’entrata del dominio consacrato i mysti lasciano i loro sudici abiti per bagnarsi nel fiume e vestire i puri abiti di Cino,’ così ciascuno lascia il suo nome per assumerne un altro. Per sette notti e sette giorni ci si trasforma e si passa in un’altra vita. Guarda tutte queste file di donne: esse non sono raggruppate per famiglia e patria, ma secondo il dio che le ispira».

E videro sfilare giovani donne coronate di narciso, in azzurri pepli, chiamate dalla guida le ninfe compagne di Persefone . Esse recavano castamente nelle loro braccia forzieri, urne e vasi votivi. Poi, in pèpli rossi, venivano le amanti mistiche, le spose ardenti e le cercatrici di Afrodite , e si addentrarono in un nero bosco, donde si udirono uscire richiami violenti misti a languidi singhiozzi. Poi, a poco a poco, tutto rientrò nella sua calma, quindi un coro appassionato si levò dal cupo bosco di mirti e salì al cielo in lenti palpiti:

– «Eros! tu ci hai ferite! Afrodite! tu infrangesti le nostre membra! e abbiamo coperto Il nostro seno con la pelle di daino, ma rechiamo nei nostri petti la rossa porpora delle nostre ferite. Il cuore nostro è un braciere che divora. Altri muoiono di povertà, ma noi consuma l’amore. Divoraci, Eros! Eros! oppure liberaci, Dioniso! Dioniso! ».

Un’altra teoria sopravvenne. Eran donne tutte vestite di lana nera con lunghi veli all’indietro, tutte colpite da qualche grave lutto. La guida le nominò: le dolenti di Persefone . In quel punto era un gran mausoleo di marmo rivestito di edere, ed esse vi si inginocchiarono d’intorno, sciolsero le loro chiome e lanciarono alte grida. Alla strofe del desiderio risposero con quella del dolore. – « Persefone , dicevano esse, tu sei morta, rapita da Aidoné; tu sei discesa nell’impero dei morti, ma noi che piangiamo l’amato, noi siamo morte-viventi. Che il giorno non risorga, che la terra che ti ricopre, o grande deità, mi dia il sonno eterno, e che la mia ombra vada errando avvinta all’ombra a me cara! Esaudiscimi, Persefone! Persefone! ».

Davanti a tali strane scene, sotto il delirio contagioso di quei profondi dolori, il discepolo di Delfo sentiva invadersi da mille sensazioni contrarie e torturanti. Egli non era più se stesso; i desideri, i pensieri, le agonie di tutti quegli esseri eran divenuti suoi desideri, sue agonie, e l’anima si smembrava per passare in mille corpi. Un’angoscia mortale lo trafiggeva, e non sapeva più se fosse uomo od ombra.

Allora un iniziato di alta statura, che passava di là, si fermò e disse:

– «Pace alle ombre degli afflitti! Donne sofferenti, aspiranti alla luce di Dioniso, Orfeo vi attende!».

Tutte lo circondarono in silenzio, sfogliando davanti a lui le corone di asfodelo; ed egli, col suo tirso, mostrò loro la via. Le donne andarono ad una sorgente per dissetarsi con le loro coppe di legno; le teorie si riformarono e il corteo si rimise in cammino, precedendo le giovani donne, che cantavano una lamentazione con questo ritornello:

– «Agitate i papaveri, bevete l’onda di Lete! Dateci il fiore desiderato; e rifiorisca il narciso per le nostre sorelle! Persefone! Persefone!».

Il discepolo camminò a lungo con la sua guida, attraversò praterie di papaveri e camminò sotto l’ombra dei pioppi dal triste mormorio. Intese i lugubri canti portati nell’aria dagli ignoti lidi: vide sospese agli alberi orribili maschere e figurine di cera simili a bambini fasciati, qua e là barche traversanti il fiume con genti silenziose simili a morti. Poi la vallata si allargò, il cielo divenne chiaro sulle alte montagne ed apparve l’alba. Da lungi si scorgevano le cupe gole dell’Ossa, solcate da abissi, ove si ammassano le rocce cadute. Più prossimo, in mezzo ad un cerchio di montagne, su di una collina boschiva, brillava il tempio di Dioniso.

Già il sole nascente dorava le alte cime, ed essi, a mano a mano che si avvicinavano al tempio, vedevano giungere da ogni parte cortei di mysti , teorie di donne, gruppi di iniziati. Tutta questa folla, grave in apparenza, ma interiormente agitata da una tumultuosa attesa, si trovò al piede della collina e salì fin quasi al santuario. Tutti si salutavano come amici, agitando rami e tirsi; la guida era scomparsa, e il discepolo, senza saper come, si trovò in un gruppo di iniziati dai capelli brillanti intrecciati con corone e bende di diversi colori. Egli non li aveva mai visti, pure credeva riconoscerli da un ricordo pieno di felicità: ed essi pure parevano attenderlo, perché lo salutavano come fratello e lo felicitavano del suo felice arrivo. Trascinato dal suo gruppo e come portato da ali, salirono ai più alti gradini del tempio, allorché un guizzo di luce accecante gli entrò negli occhi.

Era il sole levante, che lanciava la sua prima freccia nella valle ed inondava coi suoi raggi sfolgoranti questo popolo di mysti e di iniziati, raccolti sulle scale del tempio e su tutta la collina.

Immediatamente un coro si levò tutt’intorno, le porte di bronzo del tempio si aprirono per impulso proprio, e, seguito dal porta-face, comparve il profeta e ierofante Orfeo. Il discepolo di Delfo lo riconobbe con un fremito di gioia. Vestito di porpora, con la lira d’oro e d’avorio nella mano, Orfeo raggiava di un’eterna giovinezza. Egli disse:

– «Salute a tutti voi, che siete venuti per rinascere dopo i dolori della terra e che in questo momento rinascere. Venite a libare la luce del tempio, voi che uscite dalla notte, mysti, donne, iniziati, venite a rallegrarvi, voi che avete sofferto; venite a riposarvi, voi che avete lottato. Il sole, che evoco sui vostri capi e che brillerà nelle vostre anime, non è il sole dei mortali: è la luce pura di Dioniso, il gran sole degli iniziati. Con i vostri passati dolori, con lo sforzo che vi conduce, voi vincerete e , se credete alle parole divine, avete già vinto. Poiché dopo il lungo circuito delle esistenze tenebrose uscirete finalmente dal cerchio doloroso delle generazioni, e tutti voi vi ritroverete come un solo corpo, come un’anima sola nella luce di Dioníso!

– « La scintilla divina, che ci guida sulla terra, è in noi; essa diviene face nel tempio, stella nel cielo. Così cresce la luce della verità! Ascoltate vibrar la lira dalle sette corde, la lira del dio … Essa fa muovere i mondi. Ascoltate bene! che il suono penetri in voi … e si apriranno le profondità dei cieli!

– « Aiuto ai deboli, consolazione ai sofferenti, speranza a tutti! Ma guai ai cattivi, ai profani. Essi saranno confusi, poiché nell’estasi dei misteri ciascuno vede fino nel fondo l’anima dell’altro: i cattivi sono percossi dal terrore, i profanatori dalla morte.

– « Ed ora che Díoniso ha brillato su voi, invoco Eros celeste ed onnipotente. Sia negli amori, nelle gioie e nei pianti vostri. Amate poiché tutto è amore, i dèmoni dell’abisso e gli dèi déll’etere, ma amate la luce e non le tenebre. Ricordatevi della meta durante il viaggio. Quando le anime tornano alla luce, recano laide macchie sui loro corpi siderali: son tutti i peccati della vita loro … E per cancellare quelle macchie debbono espiare e tornare in terra … Ma i puri, i forti, vanno nel sole di Dioniso.

– « Ora cantate l’Evohé.»

Evohé! gridarono gli araldi ai quattro lati del tempio: Evohé! Ed i cimbali echeggiarono. Evohé! rispose l’accolta entusiastica raggruppata sui gradini del santuario. E il grido di Dioniso, il sacro appello alla rinascita, alla vita, risuonò nella valle, ripetuto da mille petti, rinviato dagli echi tutti delle montagne. E i pastori delle gole selvagge dell’Ossa , sospesi con le loro greggi lungo le foreste, presso le nubi, -risposero: Evohé! Che era il grido sacro di tutti gli iniziati d’Egitto, della Giudea, della Fenicia e della Grecia.

Evocazione

Simile a un sogno la festa era fuggita. Sopraggiunta la sera, mentre in una bruma rosata svanivano le danze, i canti e le preci, Orfeo e il suo discepolo discesero per una galleria sotterranea nella sacra cripta, che si spingeva nel cuore della montagna, e della quale soltanto lo ierofante aveva l’accesso. Ivi l’ispirato degli dèi si abbandonava alle solitarie meditazioni o compieva coi suoi adepti le altre opere della teurgia e della magia.

Intorno ad essi si stendeva uno spazio vasto e cavernoso, di cui due torce piantate in terra rischiaravano debolmente le fenditure delle mura e le tenebre profonde. A pochi passi, una nera voragine si apriva nel suolo; ne usciva un vento caldo, e quell’abisso pareva discendere fin nelle viscere della terra. V’era un piccolo altare, ove ardeva un fuoco di lauri secchi, ed una sfinge di porfido ne guardava gli orli. A grande distanza, ad una incommensurabile altezza, la caverna prendeva luce, sul cielo stellato, da una fessura obliqua, e quel pallido raggio di luce azzurrognola sembrava l’occhio del firmamento, che s’immergeva nell’abisso.

« Tu hai libato alle sorgenti della luce santa, disse Orfeo , tu sei entrato col cuore puro nel seno dei misteri. L’ora solenne è venuta, ed io ti farò penetrare alle fonti della vita e della luce. Coloro che non hanno sollevato il denso velo, che ricopre agli occhi degli uomini le meraviglie invisibili, non sono divenuti figli degli dèi.

– «Ascolta le verità, che si debbono tacere alla folla e che formano la forza dei santuari.

– «Dio è uno e sempre simile a sé; egli regna dovunque, ma gli dèi sono innumerevoli e diversi, poiché eterna ed infinita è la divinità. I più grandi sono le anime degli astri. Soli, stelle, terre e lune, ogni astro ha il suo e tutti sono usciti dal fuoco celeste di Zeus e dalla luce primitiva. Semicoscienti, inaccessibili, immutabili, essi reggono il gran tutto coi loro movimenti regolari. Ed ogni astro roteante trae nella sua sfera eterea falangi di semidei e di anime raggianti, che già furono uomini, e che, dopo aver disceso la scala dei regni, hanno gloriosamente risalito i cieli per uscir finalmente dal cerchio delle generazioni. È mediante questi divini spiriti che Dio respira, agisce, appare; essi sono il soffio dell’anima sua vivente, i raggi della sua coscienza eterna. Essi comandano le legioni di spiriti inferiori, che adoperano gli elementi; essi dirigono i mondi e ci circondano da lungi e da presso, rivestendo forme sempre mutevoli, pur essendo di essenza immortale, secondo i popoli, i tempi e le regioni. L’esempio che li nega, li teme; l’uomo pio li adora senza conoscerli; l’iniziato li conosce, li attira e li vede. – Se ho lottato per trovarli, se ho affrontato la morte, se, come si dice, sono sceso agli inferi, lo feci per dominare i dèmoni dell’abisso, per chiamare gli dèi dall’alto sulla Grecia amata, poiché il cielo profondo si sposa alla terra e la terra ascolta rapita le voci divine. La bellezza celeste s’incarnerà nelle donne, il fuoco di Zeus circolerà nel sangue degli eroi, e molto prima di risalire agli astri i figli degli dèi risplenderanno come immortali.

– «Sai tu che cosa sia la lira di Orfeo? È il suono dei templi ispirati, che hanno gli dèi per corde; e alla loro musica la Grecia si accorderà come una lira e perfino i marmi canteranno in cadenze brillanti e in celesti armonie.

«Ora evocherò i miei dèi, affinché ti appariscono viventi e ti mostrino, in una profetica visione, il mistico imeneo, che preparo al mondo e che gli iniziati vedranno.

«Còricati al riparo di questa roccia e non temere nulla. Un magico sonno chiuderà le tue palpebre, tremerai dapprima vedendo terribili cose, ma poi una luce deliziosa, una sconosciuta felicità inonderà i tuoi sensi e l’esser tuo. »

Il discepolo si era già coricato nella nicchia scavata nel sasso in forma di letto: Orfeo versò profumi sul fuoco dell’altare, afferrò il suo scettro di ebano terminato da un cristallo fiammeggiante, si pose presso la sfinge e, con voce profonda, cominciò l’evocazione:

– «Cibele! Cibele! Grande madre, ascoltami Luce originale, fiamma agile, eterea e sempre rimbalzante attraverso gli spazi, racchiudente gli echi e le immagini di qualunque cosa! Io chiamo i tuoi destrieri sfolgoranti di luce! Anima universale, che negli abissi semini i soli, tu che lasci trascinare nell’etere il tuo mantello stellato; luce sottile, celata, invisibile agli occhi di carne; gran Madre dei mondi e degli dèi, tu che racchiudi i tipi eterni, antica Cibele, a me! A me! Pel mio scettro magico, pel mio patto con le potenze, per l’anima di Euridice! … Io ti evoco, Sposa multiforme, docile e vibrante sotto il fuoco dell’Eterno Maschio. Dalla sommità degli spazi, dal più profondo degli abissi, da qualsiasi parte, giungi, affluisci, riempi con gli effluvi tuoi questa caverna. Circonda con baluardi di diamanti il figlio dei misteri e mostragli nel tuo seno profondo gli Spiriti dell’Abisso, della Terra e dei Cieli ».

A tali parole un tuono sotterraneo scosse le profondità del baratro, e ne tremò la montagna. Un sudore freddo diacciò il corpo del discepolo. Egli non vedeva Orfeo che attraverso un fumo crescente; poi tentò di resistere ad una formidabile potenza, che lo atterrava, ma il suo cervello fu soggiogato, annichilita la sua volontà. Provò il terrore del naufrago, che inghiotte l’acqua a pieni polmoni e la cui orribile convulsione finisce nelle tenebre dell’incoscienza.

Quando tornò in sé, la notte regnava intorno a lui, una notte traversata da poca luce giallastra e limacciosa. Guardò lungamente senza nulla vedere, avvertendo soltanto di tempo in tempo che la sua pelle era sfiorata da invisibili pipistrelli. Poi vagamente gli parve veder muoversi, in quelle tenebre, mostruose forme di centauri, idre e gorgoni. Ma la prima cosa che distintamente scorse fu una grande figura di donna assisa in trono. Un lungo velo dalle funebri pieghe l’avvolgeva tutta, velo cosparso di stelle che impallidivano, ed ella portava una corona di papaveri. I suoi occhi sbarrati vegliavano immobili: masse d’ombre umane le si movevano d’intorno come uccelli stanchi e bisbigliavano:

«Regina dei morti, anima della terra, Persefone! Noi siamo figlie del cielo. Perché siamo in esilio in questo cupo regno? 0 mietitrice del cielo, perché raccogliesti le anime nostre, che volavano un tempo felici nella luce fra le loro sorelle nei campi dell’etere?»

Persefone rispose:

«Ho colto il narciso, sono entrata nel letto nuziale, ho bevuto la morte con la vita e gemo come voi nelle tenebre.»

«Quando saremo noi liberate? – replicarono gemendo le anime.

– «Quando verrà lo sposo mio celeste, il liberatore divino» – rispose Persefone.

Allora apparvero terribili donne, con gli occhi iniettati di sangue e le teste coronate da venefiche piante. Attorno alle loro braccia e ai fianchi seminudi si attorcevano serpenti a sferzarle:

«Anime, spettri, larve! – gridavano con le loro voci sibilanti le furie – non credete all’insensata regina dei morti. Noi siamo le sacerdotesse della vita tenebrosa, serve degli elementi e dei mostri inferiori: baccanti in terra, furie nel Tartaro. Noi siamo le vostre eterne regine, o anime sfortunate, e voi non uscirete mai dal maledetto circolo delle generazioni, perché vi ci faremo, rientrare con le nostre fruste. Contorcetevi in eterno fra i sibilanti anelli dei nostri serpenti, nei nodi del desiderio, dell’odio e del rimorso ».

Quindi scarmigliate, furiosamente si precipitarono sulla folla di anime sbigottite che volteggiarono nell’aria sospinte dalle loro sferzate, come un turbine di foglie secche, a lungo gemendo dolorosamente.

A tal vista Persefone impallidì, e non pareva più che un fantasma lunare. Poi mormorò:

– «Il cielo … la luce gli déi … un sogno! … Sonno, eterno sonno».

Appassirono i papaveri della sua corona e l’angoscia le chiuse gli occhi. Sul suo trono cadde in letargo la regina dei morti, e tutto scomparve nella tenebra nera.

La visione mutò: parve al discepolo di Delfo di ritrovarsi in una splendida e verdeggiante vallata; nel fondo l’Olimpo, sul davanti un antro nero; sopra un letto di fiori sonnecchiava la bella Persefone. Una corona di narcisi nei suoi capelli sostituiva quella dei funebri papaveri, e l’aurora di una vita rinascente spandeva sulle sue gote una tinta di ambrosia. Le scure trecce cadevano sulle spalle di magnifico candore, e le rose del suo seno, dolcemente levate, sembrava chiedessero i baci del vento. Alcune ninfe danzavano su di un prato, nuvolette bianche si aggiravano nell’azzurro, da un tempio giungeva un suono di lira …

Alla sua voce dal timbro dell’oro, ai suoi ritmi sacri, sentì il discepolo la musica intima di tutte le cose, poiché dalle foglie, dalle onde e dalle caverne usciva una incorporea e tenera melodia. Le voci lontane di donne iniziate, che erravano cantando nelle montagne, giungevano a lui solo a tratti: le une, perdute, chiamavano il dio, le altre credevano di scorgerlo, cadendo vinte dalla stanchezza sugli orli estremi delle foreste.

Poi allo zenit si squarciò l’azzurro e generò dal suo seno una nube risplendente. Come un uccello, che si libra sulle ali e poi piomba giù in terra, così il dio che regge il tirso discese e venne a posarsi davanti a Persefone. Era radioso, aveva le chiome disciolte, e gli roteava negli occhi il sacro delirio dei mondi che debbono nascere. Lungamente la divorò con lo sguardo, poi tese il tirso su di lei e le sfiorò il seno: ella sorrise; toccò la sua fronte: ella aprì gli occhi e si levò lentamente, mirando il suo sposo. I suoi occhi, ancora pieni del sonno dell’Erebo, cominciarono a brillare come due stelle.

«Mi riconosci? – le disse il Dio.

«O Dioniso! rispose Persefone, Spirito divino, Verbo di Giove, luce celeste, che sotto forma di uomo risplendi! Ogni volta che tu mi ridesti, mi sembra di vivere per la prima volta; rinascono i mondi del mio ricordo; il passato ed il futuro ridivengono immortale presente, e sento nel mio cuore irradiare l’universo ».

Contemporaneamente, al di sopra delle montagne, in un lembo di nubi argentate, apparvero chinati verso terra i curiosi dèi.

In basso, gruppi di uomini, donne e fanciulli, usciti dalle valli e dalle caverne, guardavano gli immortali con rapimento celeste; caldi inni salivano dai templi con folate d’incenso. Fra la terra e il cielo si preparava una di quelle nozze, che fanno concepire alle madri gli dèi e gli eroi. Una rosea tinta si era sparsa su tutto il paesaggio, e la regina dei morti, ridivenuta mietitrice divina, saliva al cielo, rapita nelle braccia del suo sposo: una nube purpurea li avvolse, e le labbra di Dioniso si posarono sulla bocca di Persefone. .

Allora un grido immenso di amore partì dal cielo e dalla terra, come se il sacro fremito degli dèi, passando sulla grande lira, volesse infrangerne tutte le corde e diffonderne i suoni a tutti i ven ti. In tale attimo scaturì dalla coppia divina un lampeggiamento, un uragano di luce abbagliante … e tutto scomparve.

Per un momento il discepolo di Orfeo si sentì come inghiottito dalla sorgente di tutte le vite, piombato nel sole dell’essere; ma immergendosi nel suo incandescente braciere, ne fu sollevato, munito di ali celesti, e come un lampo attraversò i mondi per raggiungere ai limiti loro il sonno estatico dell’Infinito.

Quando riprese i sensi corporei, si trovò immerso nella notte nera: nelle tenebre profonde brillava soltanto una lira luminosa. Essa sfuggiva, sfuggiva e divenne una stella. Soltanto allora il discepolo si avvide di trovarsi nella cripta delle evocazioni e che quel punto luminoso era la fessura lontana della caverna aperta sul firmamento.

Una grande ombra stava eretta presso di lui. Era Orfeo con i lunghi capelli inanellati e il fiammeggiante cristallo del suo scettro.

«Figlio di Delfo, donde vieni tu? chiese lo ierofante.

-«0 maestro degli iniziati, incantatore celeste, meraviglioso Orfeo, io ho fatto un sogno divino. Sarà forse un incanto della magia o un dono degli dèi? Che cosa è dunque avvenuto? P, cangiato il mondo? Dove sono io in questo momento?

«Tu hai conquistato la corona dell’iniziazione, tu hai vissute il mio sogno: la Grecia immortale! Usciamo. Affinché esso si compia, occorre che io muoia e che tu viva.

La Morte di Orfeo

Le foreste di querce muggivano frustate dalla tempesta imperversante sui fianchi del monte Kaukaiòn; a colpi raddoppiati brontolava la folgore sulle nude rocce e faceva tremare fin nelle sue basi il tempio di Giove. I sacerdoti di Zeus erano riuniti in una cripta arcuata del santuario, seduti in semicerchio sui loro seggi di bronzo. Orfeo stava ritto nel mezzo di essi come un accusato: era pallido, ma una fiamma brillava nei suoi occhi calmi.

L’anziano fra i sacerdoti levò la voce grave come quella di un giudice

«Orfeo, tu che sei detto figlio di Apollo, noi te eleggemmo pontefice e re; a te abbiamo dato il mistico scettro dei figli di Dio; tu regni sulla Tracia con l’arte sacerdotale e reale. Tu hai riedificato in questo paese i templi di Giove e di Apollo; tu hai fatto risplendere nella notte dei misteri il sole divino di Dioniso; ma sai tu che cosa ci minaccia? Tu che conosci formidabili segreti, tu che più volte ci hai predetto l’avvenire e che da lungi hai parlato ai discepoli tuoi apparendo loro nel sogno, ora ignori ciò che avviene d’intorno a te. Durante la tua assenza le baccanti selvagge, le sacerdotesse maledette, si sono riunite nella valle di Ecate. Condotte da Aglaonice, la maga della Tessaglia, hanno persuaso i capi sulle rive dell’Erebo che si deve ristabilire il culto della cupa Ecate e minacciano distruggere i templi degli dèi vinti e tutti gli altari dell’Altissimo. Eccitati dalle loro bocche ardenti, condotti dalle loro torce incendiarie, mille guerrieri traci si accampano ai piedi di questa montagna e domani assalteranno il tempio, spinti dal soffio di queste femmine coperte da pelli di pantere, avide del sangue dei maschi. Aglaonice, la grande sacerdotessa di Ecate tenebrosa, li conduce: è la più terribile fra le maghe, implacabile e accanita come una furia. Tu devi conoscerla! Che ne dici?

«Sapevo tutto ciò , – rispose Orfeo – e tutto ciò doveva avvenire.

«Perché dunque non hai fatto nulla per difenderci? Aglaonice ha giurato di sgozzarci sui nostri altari, in cospetto di questo cielo vivente, che noi adoriamo. Ma che sarà di questo tempio, dei suoi tesori, della tua scienza e di Zeus stesso se tu ci abbandoni?

«Non sono forse con voi? – replicò dolcemente Orfeo.

«Sei venuto, è vero, ma troppo tardi – riprese il vegliardo. – Aglaonice conduce le baccanti e le baccanti conducono i traci. Li respingerai forse con la folgore di Giove e con le frecce di Apollo? Perché non chiamasti in questa cinta i capi traci per schiacciare la rivolta?

«Non è con le armi, ma con la parola che si difendono gli dèi. Non bisogna colpire i capi, ma le baccanti. Andrò io solo, state tranquilli; nessun profano varcherà questa cinta, e domani terminerà il regno delle sacerdotesse sanguinarie. E voi, tremanti davanti all’orda di Ecate, sappiate che vinceranno gli déi celesti e solari. A te, vegliando, che di me dubitavi, lascio lo scettro di pontefice e la corona di ierofante.

– «Che fai? – esclamò spaventato il vegliando.

«Io vado a raggiungere gli dèi … Addio a tutti!

Orfeo uscì, lasciando i sacerdoti muti sopra i loro seggi. Nel tempio trovò il discepolo di Delfo e, afferrandogli la mano con forza:

«Vado al campo dei traci , – gli disse.

«Seguimi.

Camminarono sotto le querce; l’uragano era lungi, fra gli spessi rami brillavano le stelle.

«L’ora suprema è giunta per me – disse Orfeo. – Altri mi hanno compreso, tu mi hai amato. Eros è il più antico degli dèi, dicono gli iniziati, egli ha la chiave di tutti gli esseri. Perciò ti ho fatto penetrare nel fondo dei misteri, gli dèi ti hanno parlato e tu li hai veduti! … Ora, lungi dagli uomini, da solo a solo, nell’ora di sua morte, Orfeo deve lasciare all’amato discepolo la parola del suo destino, l’eredità immortale, la face pura dell’anima sua.

«Maestro! ascolto ed obbedisco – mormorò il discepolo di Delfo.

«Camminiamo sempre – riprese Orfeo – su questo sentiero che scende; l’ora incalza ed io voglio sorprendere i miei nemici. Seguendomi, ascolta e imprimi le mie parole nella tua memoria, ma conservale come un segreto.

«Esse s’imprimono in lettere di fuoco nel mio cuore e i secoli non le cancelleranno.

«Ora tu sai che l’anima è figlia del cielo; hai contemplato la tua origine e la tua fine, e cominci a ricordarti. Quando essa discende nella carne, benché debolmente, continua a ricevere l’influsso dall’alto e questo soffio possente ci viene dapprima dalle nostre madri. Il latte del loro seno nutre il nostro corpo, ma l’essere nostro, angosciato dalla soffocante prigione dei corpo, si nutre dell’anima loro. Mia madre era sacerdotessa di Apollo, i miei primi ricordi sono quelli di un bosco sacro, di un tempio solenne, di una donna che mi recava nelle sue braccia, avvolgendomi nelle sue dolci chiome come in un caldo vestito. Gli oggetti terrestri, i visi umani, m’incutevano spaventoso terrore, e subito mia madre mi serrava nelle sue braccia, e incontravo il suo sguardo che m’inondava di un divino ricordo del cielo. Ma questo raggio si spense nel fosco grigiore della terra, poiché un giorno mia madre scomparve: era morta. Privato del suo sguardo e delle sue carezze, ebbi spavento della mia solitudine, presi in orrore il tempio, nel quale avevo veduto scorrere il sangue di un sacrificio, e discesi nelle tenebrose vallate.

«Le baccanti furono lo stupore della mia giovinezza. Fin d’allora Aglaonice regnava su queste donne voluttuose e feroci, temute da tutti. Essa spirava fosco desiderio e colpiva di terrore, esercitando su tutti coloro che l’avvicinavano una fatale attrazione. Con le arti dell’infernale Ecate attirava le giovanette nell’usata valle e le istruiva nel suo culto. Così avendo Aglaonice gettato gli occhi su Euridice, era presa d’amore sfrenato e malefico, di perverso desiderio, per questa pura vergine. E voleva trascinarla al culto delle baccanti, dominarla, abbandonarla ai genii infernali, dopo aver distrutto la sua giovinezza. Già l’aveva circuita con le sue seduttrici promesse, coi suoi notturni incantesimi.

«Attratto da non so quale pentimento nella valle di Ecate, passeggiavo un giorno fra e alte erbe di una prateria densa di venefiche piante, e tutto intorno regnava l’orrore dei boschi frequentati dalle baccanti, e vi passavano vampe di profumi simili al caldo alito del desiderio. Ivi era Euridice. Lentamente andava senza vedermi verso un cupo antro, come affascinata da una forza invisibile. Talvolta un rider leggero usciva dal bosco delle baccanti, tal’altra uno strano sospiro. – Euridice sostava fremente, incerta, ma poi riprendeva il cammino, attratta dal potere magico. Le dorate anella dei suoi capelli ondeggiavano sulle eburnee spalle, gli occhi dal color di narciso nuotavano in un mare di ebbrezza; ella si avviava alle fauci dell’Inferno; ma suo sguardo era il cielo dormiente. – Euridice! – gridai prendendola per mano – ove vai tu? – Quasi destata da un sogno, cacciò un grido di orrore e di liberazione, poi mi cadde sul seno. Fu allora che Eros divino ci soggiogò, e con uno sguardo Euridice-Orfeo furono sposi per sempre.

«Euridice, che nel suo spavento mi avvinceva tutto, Mi indicò la grotta con gesto d’orrore. Mi avvicinai e vidi in essa una donna seduta, Aglaonice, e presso di lei una piccola statua di Ecate, fatta di cera e dipinta in rosso, bianco e nero, con una sferza in mano.

«La maga mormorava parole magiche, facendo girare il magico aspo, e gli occhi suoi, fissati nel vuoto, sembravan divorar la preda. Infransi l’aspo, calpestai Ecate e, penetrandola con lo sguardo, gridai: – Per Giove! ti proibisco, pena la morte, di pensare a Euridice! poiché sappi che i figli di Apollo non ti temono.

«Aglaonice, interdetta, si contorse come un serpente sotto il mio gesto, e scomparve nella sua caverna, lanciandomi occhiate di odio mortale.

«Condussi Euridice nelle vicinanze del mio tempio. Le vergini d ell’Erebo, coronate di giacinto, cantarono attorno a noi: Imene! Imeneo! ed io conobbi la felicità.

«Eran passate tre lune, quando una baccante, inviata dalla tessalica, presentò ad Euridice una coppa di vino, che le avrebbe dato, diceva, la scienza dei filtri e delle magiche erbe. Euridice, curiosa, la bevve e cadde fulminata. La coppa racchiudeva un veleno mortale.

«Quando vidi la pira consumar Euridice, quando vidi la tomba inghiottire le ceneri sue, quando l’ultimo ricordo della sua forma viva fu per me scomparso, esclamai: « Dove è ora l’anima sua? ». Disperato partii errando per tutta la Grecia, e invano chiesi la sua evocazione ai sacerdoti di Samotracia; invano la cercai nelle viscere della terra, al capo Tenaro. Finalmente giunsi all’antro di Trofonio, ove certi sacerdoti, attraverso una larga fessura, conducono i visitatori temerari fino ai laghi di fuoco bollenti dentro la terra e fanno loro vedere ciò che vi succede. In via, mentre si cammina, si entra in estasi e la seconda vista viene concessa. Si respira appena, la voce si strozza, non si può più parlare che per mezzo di segni. Taluni indietreggiano a mezza via, altri persistono e muoiono soffocati; i più, fra coloro che ne escono vivi, restano pazzi. Dopo aver visto ciò che nessuna bocca deve ripetere, risalii nella grotta e caddi in profondo letargo. Durante questo sonno di morte Euridice mi apparve, avvolta da un nimbo, pallida come un raggio lunare, e mi disse: «Per me tu hai affrontato l’inferno e mi hai cercata fra i morti. Eccomi, vengo alla tua voce. Io non abito il seno della terra, ma la regione dell’Erebo, il cono d’ombra fra la terra e la luna. E turbinando in questo limbo, come te piango. Se desideri liberarmi, salva la Grecia, dando a lei la luce; allora io stessa, ritrovando le mie ali, salirò agli astri, e mi riavrai nella luce degli dèi. Fino a quel tempo debbo errare nella sfera torbida e dolorosa … ». Tre volte tentai di afferrarla, tre volte svanì come un’ombra fra le mie braccia. E udii soltanto un suono di corda infranta, poi una voce flebile come un soffio, triste come un bacio d’addio, mormorarmi: Orfeo!

«A tal voce mi destai. Questo nome dato da un’anima aveva mutato l’essere mio. Sentii passare in me il fremito sacro di un immenso desio e la forza di un sovrumano amore: Euridice vivente mi avrebbe dato l’ebbrezza della felicità; Euridice morta mi fece trovare il Vero. È per amore che ho vestito l’abito di lino, votandomi alla grande iniziazione e alla vita ascetica; è per amore che ho penetrato la magia e cercato la scienza divina; è per amore che ho attraversato le caverne di Samotracia, i pozzi delle piramidi e le tombe dell’Egitto. Ho scavato la morte per cercarvi la vita, e al di là della vita ho veduto i limbi, le anime, le sfere trasparenti, l’etere degli dèi. La terra mi ha aperto i suoi abissi, il cielo i suoi templi fiammeggianti. Ho rapito la scienza nascosta sotto le mummie, e i sacerdoti di Iside e Osiride mi hanno affidato i loro segreti. Essi non avevano che quegli dèi; io avevo Eros! Per lui ho parlato, ho cantato, ho vinto. Per lui ho compitato il verbo di Ermete e il verbo di Zoroastro; per lui ho pronunziato quello di Giove e di Apollo!

«Ma l’ora di confermar la mia missione con la morte mia è già venuta. Ancora una volta debbo discendere negli inferni per risalire al cielo. Ascolta, figlio prediletto della mia parola: tu porterai la mia dottrina al tempio di Delfo e la mia legge al tribunale delle Anfizionie. Dioniso è il sole degli iniziati; Apollo sarà la luce della Grecia; le Anfizionie custodi della sua giustizia. »

Lo ierofante e il suo discepolo avevano raggiunto il fondo della valle: davanti ad essi una radura, grandi masse di boschi cupi, di tende e di uomini sdraiati a terra. Nel fondo della foresta, fuochi morenti e vacillanti torce. Orfeo camminava tranquillo in mezzo ai trací dornúenti e affaticati da un’orgia notturna. Una sentinella, che ancora vegliava, gli domandò chi fosse.

«Sono un messaggero di Giove, chiama i tuoi capi gli rispose Orfeo.

«Un sacerdote del tempio!

Questo grido lanciato dalla sentinella si spande come un segnale d’allarme per tutto il campo. Si corre alle armi, si chiama, brillano le spade, stupefatti accorrono i capi e circondano il pontefice.

«Chi sei tu? Che vieni a fare qui?

«Sono un messaggero del tempio. Voi tutti, re, capi, guerrieri di Tracia, desistete dal lottare contro i figli della luce e riconoscete la divinità di Giove e di Apollo. Con la mia bocca vi parlano dall’alto gli dèi, e se voi mi ascoltate, vengo da amico; da giudice, se rifiutate di udirmi.

«Parla – dissero i capi.

Ritto sotto un grande olmo, Orfeo parlò. E disse dei favori degli dèi, dell’incanto della luce celeste, della vita pura, che egli conduceva lassù coi suoi fratelli iniziati, sotto lo sguardo del grande Urano, e che voleva comunicare a tutti gli uomini. Promise di calmar le discordie, di guarire i malati, di insegnare quali semenze producano i frutti più belli della terra, e quelle ancor più preziose, che producono i frutti divini della vita: gioia, amore, bellezza. E mentre egli parlava, la voce sua grave e dolce vibrava come le corde di una lira e s’insinuava sempre più nel cuore già scosso dei traci. Dal fondo dei boschi le baccanti curiose, reggendo torce, erano anch’esse venute, attratte dalla musica di quella voce umana. Appena coperte da pelli di pantere, venivano a mostrare i seni bruni e i fianchi superbi, mentre al bagliore delle faci notturne gli occhi loro brillavano di crudeltà e di lussuria. Ma, calmate a poco a poco dalla voce di Orfeo, si raggrupparono intorno a lui e sedettero ai piedi suoi come bestie selvagge domate. Talune, colte dai rimorsi, fissavano a terra uno sguardo fosco, altre ascoltavano come rapite; e i traci, commossi, mormoravano fra loro:

«È un dio che parla, è Apollo stesso che conquide le baccanti»

Intanto, dal fondo del bosco, Aglaonice spiava. La grande sacerdotessa di Ecate, vedendo i traci immobili e le baccanti avvinte da una magia più potente della sua, sentì la vittoria del cielo sull’inferno e, sotto la parola del seduttore divino, precipitar nelle tenebre, donde era uscito, il suo maledetto potere. Ella ruggì e, gettandosi davanti ad Orfeo con violento sforzo:

«Un dio, dite voi? – gridò. – Ma io vi dico che è Orfeo, uomo come voi, mago che v’inganna, tiranno che si arroga le vostre corone. Un dio, dite voi? il figlio di Apollo? lui? il sacerdote? il pontefice superbo? Ma gettatevigli addosso! Se è un dio, si difenda … e se mento, mi si sbrani!

Aglaonice era seguita da alcuni capi, eccitati dai suoi malefici e accesi dal suo odio. Essi piombarono sullo íerofante: Orfeo emise un grido e cadde sotto un colpo di spada. Allora, tendendo la mano al discepolo, disse:

«Io muoio, ma gli dèi sono viventi!

Quindi spirò. Chinata sul suo cadavere, la maga di Tessaglia, il cui viso somigliava ora a quel di Tisifone, spiava con gioia selvaggia l’ultimo respiro del profeta per trarre un oracolo dalla sua vittima.

Ma quale non fu il terrore della tessalica allorché vide rianimarsi, alla luce fluttuante della sua torcia, la cadaverica testa e un tenue rossore spandersi sul viso del morto, spalancarsi gli occhi suoi e uno sguardo profondo, dolce e terribile, fissarsi su lei, mentre una voce strana – la voce di Orfeo – sfuggiva ancora una volta dalle labbra frementi per pronunziare distintamente le melodiose e ultrici sillabe:

«Euridice!

A quello sguardo, a quella voce, la sacerdotessa indietreggiò spaventata gridando:

«Non è morto! M’inseguiranno per sempre! Orfeo … Euridice! – e scomparve come sferzata da centinaia di furie. Le baccanti sgomentate e i traci presi d’orrore per il loro delitto fuggirono nella notte, lanciando grida di disperazione.

Rimase solo il discepolo presso il corpo del suo maestro, e quando un raggio sinistro di Ecate illuminò l’insanguinato lino e la pallida faccia del grande iniziatore, parve che la valle, il fiume, le montagne e le foreste profonde gemessero come una grande lira.

Il corpo di Orfeo fu arso dai suoi sacerdoti e le ceneri, recate in un lontano santuario di Apollo, furono venerate al pari del dio. Nessuno dei rivoltosi ardì salire al tempio di Kaukaiòn, ove si perpetuarono, e si diffusero poi in tutti i templi di Giove e di Apollo, la tradizione, la scienza e i misteri di Orfeo. I poeti greci dicevano che Apollo era divenuto geloso di Orfeo, che veniva più spesso invocato, ma la verità è che quando i poeti cantavano Apollo, i grandi iniziati invocavano l’anima di Orfeo salvatore e divinatore.

Più tardi i traci, convertiti alla religione di Orfeo, raccontarono che egli era disceso all’inferno per cercarvi l’anima della sposa sua, e che le baccanti, gelose del suo amore eterno, l’avevano sbranato: ma la sua testa gettata nell’Erebo e trasportata dai flutti tempestosi, chiamava ancora e sempre: Euridice! Euridice!

Così i traci cantarono quale profeta colui che avevano ucciso come un delinquente e che li aveva convertiti con la propria morte. Così il verbo orfico, per le vie segrete dei santuari e dell’iniziazione, misteriosamente s’infiltrò nelle vene dell’Ellade: gli dèi si accordarono alla sua voce, come un coro di iniziati si accorda nel tempio ai suoni di un’invisibile lira, e l’anima d’Orfeo divenne l’anima della Grecia.

Secondo l’antica tradizione dei traci, la poesia era stata inventata da Olen, nome che in fenicío vuol dire Essere Universale. Apollo ha la stessa radice, poiché Ap Olen o Ap Wolhon significa Padre universale. Primitivamente si adorava a Delfo l’Essere universide sotto il nome di Oten, e il culto di Apollo fu introdotto da un sacerdote novatore sotto l’impulso della dottrina dei Verbo solare, che percorreva allora i santuari dell’India e dell’Egitto. Questo riformatore identificò il Padre universale con la sua doppía manifestazione: Luce iperfisica e Sole visibile; ma tale riforma non uscì dalle profondità del santuario, e soltanto Orfeo diede nuova potenza al Verbo solare di Apollo, rianimandolo ed elettrizzandolo mediante i misteri di Dioniso .

Thrakia, secondo Fabre d’Olivet, deriva dal fenicio Rakbiwa, spazio etereo o firmamento; ma ciò che vi è di certo è che per i poeti e gli iniziati della Grecia, come Pindaro, Eschilo e Platone, il nome di Tracia aveva un senso simbolici e significava il paese della pura dottrina e della sacra poesia, che ne procede. Questa parola conteneva per essi un senso filosofico ed uno storico. Filosoficamente designava una regione intellettuale, l’insieme delle dottrine e delle tradizioni, che fanno procedere il mondo da una intelligenza divina. Storicamente questo nome ricordava il paese e la razza, ove la dottrina e la poesia doriche, vigoroso tralcio dell’antico spirito ariano, avevano germogliato dapprima per riferire poi in Grecia nel santuario di Apollo. L’uso di questo genere di simbolismi è dimostrato dalla storia posteriore. A Delfo c’era una classe di sacerdoti Tracidí, custodi dell’alta dottrina; una guardia Tracida, ossia una guardia di guerrieri iniziati, difendeva il tribunale degli Anfìzionii. Ma la tirannia di Sparta soppresse questa incorruttibile falange, sostituendole i mercenari dalla forza brutale, e in seguito il verbo tracizzare fu ironicamente usato per i devoti delle antiche dottrine.

Strabone assicura in modo positivo che l’antica poesia fu soltanto la lingua dell’allegoria, e ciò conferma Dionigi di AIicarnasso quando confessa che i mistero della natura e le più sublimi concezioni della morale sono state coperte con un velo. Non è dunque per metafora che l’antica poesia si chiamò la lingua degli Dei, e questo senso segreto e magico, che costituisce la suá forza e il suo incanto, è contenuto anche nel suo proprio nome. La maggior parte dei linguisti hanno derivato la parola poesia dal verbo greco poiein, fare, creare. Apparentemente è questa una etimologia semplice e naturalissima, ma è poco però conforme alla lingua sacra dei templi, dai quali uscì la poesia primitiva. Perciò è più logico ammettere con Fabre d’Olívet che poiesis venga dal fenicio phobe (bocca, voce, linguaggio) e da ish (Essere superiore, Essere principe, ín fìgurato: Dio). L’etrusco Aes o Aesar, il gaelico Aes, il copto Os (Signore), l’egiziano Osiris, hanno la stessa radice.

Bacco a faccia di toro si trova nel XXIX inno orfico, ed è un ricordo dell’antico culto, che non appartiene menomamente alla pura tradizione di Orfeo, poiché questi epurò completamente e trasfigurò in Dioniso celeste il Bacco popolare, simboleggiando così lo Spirito divino, che si evolve attraverso tutti i regni della natura.

È da notarsi che il Bacco infernale delle baccanti si ritrova nel Satana a faccia di toro, che era evocato ed adorato dalle streghe dei Medioevo nei loro sabba notturni, come è pur anche il famoso Baphomet, di cui i templari furono accusati d’esser i settari dalla Chiesa che voleva screditarli.

Fra i numerosi libri perduti, che gli scrittori offici della Grecia attribuivano ad Orfeo, erano gli Argonautici, che trattavano della grande opera ermetica; una Demetreide, poema sulla madre degli dèi, al quale corrispondeva una Cosmogonia; i Canti sacri di Bacco, aventi per complemento una Teogonia; senza parlare di altre opere, come il Velo o Rete delle anime, arte dei misteri e dei riti; il Libro deve mutazioni, chimica o alchimia; le Coribanti o i misteri terrestri e i terremoti; l’Anemoscopia, scienza dell’atmosfera; una botanica naturale e magica, ecc.

Narra Pausania che ogni anno una processione si recava da Delfo nella valle di Tempe per cogliervi il sacro lauro. Questa usanza significativa ricordava ai discepolo d’Apollo ch’essi si collegavano con l’iniziazione offica e che la prima ispirazione di Orfeo era l’antico e vigoroso tronco dal quale il tempio di Delfo coglieva i sempre giovani e vivi rami. Questa fusione fra la tradizione di Apollo e quella orfica si nota anche in altra maniera nella storia dei templi. Infatti la celebre disputa fra Apollo e Bacco pel tripode del tempio non ha significato. Bacco, dice la leggenda, cedette il tripode a suo fratello e si ritirò sul Pamaso. Ciò vuoi dire che Dioniso e l’iniziazione orfica rimasero privilegio degli iniziati, mentre Apollo emetteva i suoi oracoli al di fuori.

I soli attributi della dea e l’Inno omerica a Demeler affermano questo fatto nel linguaggio simbolico degli antici templi, Creuzer e la sua scuola l’avevano ammesso. Da Ottfried Malier in poi lo si è fortemente combattuto. Foucart ha ripreso la tesi del Creuzer in un I.avoro notevole, paragonando i riti di Eleusi a quelli dei Libro dei Morli degli Egizi. (Ve,dere Rechei-ches sur l’origine ci la nalure des mysières d’Eleusis, Me inoires de l’Acadèmie des Inscriptions et.Belles-Lettres, XXXV, seconda parte, pubblicato a parte da Klingisch, 1895. Su questo stesso soggetto vedere l’appendice dei fournal des Débals dei 29 marzo 1895 di Maspero).

All’inizio era il Caos (l’abisso) da cui sorsero Gaia (la terra) ed Eros (l’amore). Gaia generò un essere uguale a sé, capace di coprirla tutta intera: Urano (il cielo). Urano e Gaia generarono i sei Titani, le sei Titanidi, i tre Ciclopi con un occhio solo (Arge = Tuono, Sterope = Lampo e Bronte = Fulmine) e i tre Ecatonchiri (Cotto, Briareo e Gige). I Titani si chiamavano Oceano (il mare), Ceo, Crio, Iperione, Giapeto e Crono (il tempo). Le Titanidi erano Teia (la divina) , Rea, Temi (l’equità), Mnemosine (la memoria), Febe (la risplendente) e Teti (la fecondità del mare). Crono sposò Rea ed ebbe tre figlie (Estia, Demetra ed Era) e tre figli (Ade, Poseidone e Zeus). I tre maschi, aiutati da Gaia, presero il potere e si divisero la sovranità del mondo: il mare toccò a Poseidone, il mondo sotterraneo ad Ade ed il cielo a Zeus. La terra rimase in comune a tutti. Crono fu inviato a governare le Isole dei Beati, all’estremo occidente. Zeus ebbe una figlia da Demetra (Madre-Terra): Persefone, chiamata anche Kore (la fanciulla). Persefone, mentre coglieva fiori nella pianura sotto il monte Nysa, venne rapita da Ade. Demetra cercò la figlia per nove giorni e rimase tutto il tempo senza mangiare. Infine Elios (il sole) le rivelò che Zeus aveva deciso di dare Persefone in sposa ad Ade. Persefone, piena di dolore, abbandonò l’Olimpo e si diresse verso Eleusi, dove, travestita da vecchia, divenne nutrice di Demofonte, figlio di Metanira e di Celeo, re di Eleusi. Tramite il rito del fuoco voleva rendere Demofonte immortale, ma il rito venne interrotto da un improvviso intervento di Metanira. Allora Persefone si rivelò e ordinò che le venisse costruito un tempio per insegnare i suoi riti agli umani. Il santuario venne edificato e la dea vi si ritirò. Intanto sulla terra imperava la siccità. Il volontario ritiro di Persefone stava distruggendo ogni forma di vita. Zeus inviò dei messi per convincere la dea a riprendere il suo posto. Persefone rispose che non l’avrebbe fatto finché sua figlia fosse stata costretta a vivere nel mondo sotterraneo. Zeus chiese allora ad Ade di restituire Persefone. Ade acconsentì, ma indusse la fanciulla a mangiare un seme di melograno, il cibo dei morti. La conseguenza fu che Persefone, almeno una parte del suo tempo l’avrebbe dovuta passare nel mondo sotterraneo. Rea venne inviata sulla terra da Zeus per raggiungere un compromesso: Persefone venne restituita a Demetra, con la condizione che un terzo dell’anno Persefone l’avrebbe dovuto passare con Ade nel regno dei morti. Il ritorno di Persefone sulla terra pose fine alla siccità e la vegetazione tornò a fiorire.

Tutti questi personaggi si trovano nell’Inno omerico a Demeter, meno Dìoniso, introdotto più tardi ad Eleusi sotto il nome di Jacco.

Questa formula, data da parecchi autori e riprodotta da tutti i moderni che hanno scritto sui Misteri, è qui per la prima volta esplicata nel suo senso iniziatico. Essa significava I’incarnazione delle anime. I padri della Chiesa vi hanno attribuito un carattere erotico e voluttuoso, come al duplice matrimonio di Zeus e di Demeter, di Dioniso e di Persefone che formava il quarto atto del dramma di Eleusi. Non vi è nulla di meno esatto. Quelle cerimonie e quelle rappresentazioni avevano, al contrario, un carattere profondamente casto ed altamente religioso. Il loro scopo era di mostrare quanto v’ha di grave e di santo nel più misterioso atto della vita, la generazione; di rilevare le potenze che vi presiedono nell’ Invisibile, dall’altro lato dei gran velo d’ Iside, che è il recto della Natura.